AGRICOLTURA, IN ABRUZZO LA CHIESA COMPRA I TERRENI PIÙ FERTILI A FINI SPECULATIVI

AVEZZANO – Nel tessuto produttivo dell’agricoltura abruzzese da alcuni mesi le acque sono agitate. E non c’entrano le alluvioni o le gelate invernali, ma una speculazione in atto ai danni di terreni considerati tra i più produttivi d’Italia: nella piana del Fucino, in provincia dell’Aquila.

Dal maggio scorso la sezione avezzanese dell’Istituto per il sostentamento del clero – l’ente vaticano che fa capo alla Conferenza episcopale italiana (Cei) e si occupa del finanziamento delle diocesi, dai servizi ai compensi per i sacerdoti – ha iniziato ad acquistare terreni nel fecondo Fucino. L’operazione è indubbiamente legittima e trasparente: l’istituto ha iniziato da tempo la vendita di immobili di proprietà che rendevano rendite basse, e con i ricavati sta acquistando ettari di terreni nel Fucino, per trarne rendita. Perché proprio nel Fucino? Perché nella zona il valore dei terreni è tra i più alti della regione, perché parliamo di uno dei luoghi agricoli più produttivi d’Italia, e perché l’acquisto di terreni in zone montane è oggetto di agevolazioni fiscali.

Finora sono stati spesi più di 600 mila euro per più di 13 ettari a macchia di leopardo, non contigui ma in diverse zone della piana, a prezzi molto più alti rispetto al mercato fondiario, generalmente molto attivo in zona. E, nel corso dell’anno appena iniziato, le compravendite dovrebbero continuare.

La Chiesa, insomma, fa investimenti di natura speculativa del tutto legittimi (per la legge), ai danni delle piccole aziende agricole della Marsica. Si tratta di piccole realtà penalizzate innanzitutto perché gli acquisti sono più alti rispetto ai prezzi di mercato, che quindi viene destabilizzato. In secondo luogo, perché non c’è alcun disegno di coltivazione sui 13 ettari acquistati, almeno secondo i piani attuali. Il terzo aspetto, forse il più importante, riguarda l’accesso alla proprietà: gli acquisti da parte dell’Istituto per il sostentamento del clero, infatti, vanno a rimpinguare la percentuale di terreni in possesso di proprietari che non li coltivano. L’obiettivo di tutti gli agricoltori, infatti, è diventare proprietario della terra che si lavora. Tutte le leggi, dalla nascita della Repubblica in poi, sono andate in questo senso, favorendo l’accesso alla piccola proprietà contadina, in termini di proprietà e non di affitto del terreno. Con un concorrente ricco come l’istituto vaticano, invece, il giovane agricoltore o la piccola azienda familiare non sarebbe economicamente in grado di esercitare il diritto di prelazione sulla proprietà terriera.

La questione ha mobilitato, nei mesi scorsi, gli agricoltori del Fucino e le organizzazioni di categoria: “Questa situazione danneggerà tutta la categoria e, di conseguenza, l’economia di un intero territorio – afferma a Virtù Quotidiane Stefano Fabrizi, direttore di Confagricoltura Abruzzo – perché le aziende di piccole dimensioni, per poter resistere al mercato, hanno bisogno di accrescere la loro dimensione. Per lavorare con un’azienda agricola media, che possa camminare sulle proprie gambe, una famiglia non deve avere meno di dieci ettari”.

I 15 mila ettari di terreno presenti nella piana del Fucino sono tra i più fertili d’Italia. Qui si fa orticoltura a pieno campo: patate, finocchi, carote, pomodori, spinaci e in generale tutte le verdure a foglia che riempiono gli scaffali dei supermercati. Si tratta di un’agricoltura destinata principalmente alla grande distribuzione.

Secondo i dati del Consorzio di Bonifica i terreni dell’area appartengono a circa 5.600 proprietari, divisi in tre grandi fasce di dimensione: piccoli, medi e grandi proprietari. Questi ultimi sono solo 246. C’è poi qualche centinaio di proprietari “assenteisti”, ossia quelli che non si occupano di agricoltura, che vivono fuori regione e che quando non trovano più convenienza nell’affitto mettono i terreni in vendita. È questa la categoria cui si è interessato di più l’Istituto di sostentamento del clero di Avezzano. “Quando abbiamo iniziato a vedere queste compravendite, siamo subito andati a parlare con l’istituto – commenta Fabrizi – e ci hanno illustrato in modo trasparente che per sostenere il clero c’è bisogno di soldi, e quindi era per loro necessario investire dove le rendine sono maggiori”.

Eppure, secondo quanto presentato recentemente dalla stessa Cei, nel 2018 ben 1 miliardo di euro è stato destinato alla Chiesa attraverso l’otto per mille, e di questi più di un terzo sono stati utilizzati per il sostentamento del clero: “Appena qualche giorno fa lo stesso Papa Francesco, nella messa di Natale, ha ribadito come ad alimentare la vita non dovrebbero essere la voracità e i beni, ma la carità e l’amore”, la conclusione amara del direttore di Confagricoltura.

Nel 1956, un predecessore di Bergoglio, Papa Pio XII, rivolgendosi proprio agli assegnatari delle terre del Fucino disse che “la Chiesa ha sempre desiderato di aiutare, in modo speciale, gli uomini a divenire migliori, man mano che i popoli conseguono una condizione di vita più elevate”, sottolineando come “fra i mezzi che assicurano tale protezione” ci fosse “il diritto della proprietà privata. “Ma l’abuso di questo diritto costituisce un male reale, l’egoismo”, affermò allora il Papa.

A 63 anni da quel discorso, la prassi rispetto a quella teoria sembra essere mutata.

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