DENTRO LA MENSA DI CELESTINO: LE STORIE DI CHI CERCA UN PASTO CALDO E UN LETTO

L’AQUILA – Spesso negli anni abbiamo constatato come a L’Aquila il sisma del 2009 abbia portato con sé una serie di conseguenze economiche e sociali, tali da costringere diverse persone a ricorrere alla mensa dei poveri. Sono passati quasi dieci anni, la ricostruzione si muove a passi che a volte ci sembrano troppo lenti e viene da chiedersi se le cose stiano migliorando.

Mentre l’inverno, con le sue ondate di gelo e neve, avanza inesorabile, volevamo raccontare dove va, nella nostra città, chi ha bisogno di un pasto caldo e di un po’ di calore ma soprattutto volevamo parlarvi di loro: persone della zona che conducevano una vita tranquilla prima di perdere il lavoro e di vedere incrinarsi ogni cosa, migranti che devono lottare tra la ricerca di un impiego e i pregiudizi, famiglie in difficoltà perché un padre non riesce a sostenere le spese per il proprio figlio.

La Mensa di Celestino è l’unica mensa per i poveri della città dell’Aquila ed è gestita dall’associazione di volontariato Fraterna Tau Onlus. Come molti altri servizi, prima del sisma del 2009 si trovava in centro storico, in prossimità della Villa comunale, ma nel 2010 si è provveduto a costruire una struttura, in via Raffaele Paolucci, nei pressi di Pizza D’Armi.

Nel 2017 il fenomeno della povertà in Italia ha toccato livelli che non si vedevano dal 2005: secondo gli ultimi dati Istat relativi al 2017 e pubblicati lo scorso giugno, si stima che in Italia le famiglie in povertà assoluta – in breve coloro che non possono affrontare la spesa mensile sufficiente ad acquistare beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile – siano 1 milione e 778mila, per un totale di 5 milioni e 58 mila individui.

L’Aquila nel suo piccolo vive una situazione doppiamente problematica: oltre al trend nazionale, risente di problemi legati al sisma, alla perdita del lavoro e della casa, all’isolamento sociale. Non ci è possibile stabilire se ci sia stato un peggioramento della situazione negli ultimi anni ma quest’anno sono oltre cento le persone che hanno ottenuto la tessera valida per usufruire del servizio mensa. La procedura per avere la tessera prevede un colloquio con l’assistente sociale ed operatrice della Freterna Tau, Anna Paola Vespa.

“Si valuta caso per caso – spiega Vespa a Virtù Quotidiane – perché spesso le persone non hanno solo bisogno di un aiuto economico, ma anche di informazioni, di essere sostenuti a livello sociale o hanno semplicemente necessità di parlare con qualcuno”.

Il passo successivo è la presentazione del reddito Isee, che non deve essere superiore a 3mila euro, ma si cerca di far mangiare tutti coloro che ne hanno bisogno, anche chi è di passaggio per un paio di giorni o ha altri problemi. Non sempre la sala è piena, anche perché molti preferiscono l’asporto ma alcune volte si arriva anche a 70 o 80 persone.

L’asporto è una soluzione adottata in diverse città in Italia: permette a tutti coloro che provano disagio a mangiare in mensa o hanno altri impedimenti, di prelevare il pasto la mattina, in modo da poterlo consumare a casa. Un sistema che consente di alleviare la vergogna che molti provano nel ricevere assistenza, specie le famiglie con bambini.

Ogni due settimane poi si distribuiscono buste alimentari con prodotti di prima necessità: pomodori, legumi, pasta o quello che si ha a disposizione. L’associazione riesce a preparare buste per 40 o 50 famiglie, a seconda del numero di persone del nucleo familiare ma, naturalmente, se durante l’anno si presenta qualche situazione grave, si fa di tutto per intervenire.

A usufruire di questo servizio sono molte persone che vivono nei paesi limitrofi, alle quali non conviene venire a L’Aquila tutti i giorni per mangiare in mensa. Anche in questo caso si cerca di garantire il massimo della discrezione: la lista per il ritiro della busta è stata divisa in ordine alfabetico, in modo tale che in un’ora si incontrino solo i prima dieci, e così via.

“Purtroppo, le persone che chiedono sono tante – afferma Vespa – e noi non riusciamo ad assistere tutti ma cerchiamo di dare una volta a uno e una volta a un altro”.

“La mensa – spiega – riceve un piccolo contributo regionale, minimo perché si riduce sempre di più. Alcuni alimenti provengono dal Banco Alimentare, con cui abbiamo una convenzione, altri vengono dalle raccolte alimentari che facciamo nei supermercati. Ci sono poi persone che ci portano la spesa o fanno delle offerte. Organizziamo inoltre eventi di beneficenza, come il concerto dello scorso dicembre, in occasione del Natale”.

Oltre al pranzo, quando possibile si cerca di aiutare le persone con il pagamento del ticket sanitario o di qualche bolletta, una richiesta che, ci dice Vespa, è più comune per gli aquilani rispetto a quella di mangiare in mensa.

“Sembra strano – precisa – ma molte persone non riescono a sostenere i costi delle cure: anche pagare le analisi può essere un problema per qualcuno”.

C’è poi chi, dicevamo, ha necessità di parlare, per questo ci si può rivolgere allo sportello di ascolto, disponibile due volte a settimana e, qualora lo si ritenga necessario, prenotare anche un colloquio psicologico. L’associazione, racconta Vespa, lavora a stretto contatto con gli operatori del Comune con cui c’è uno scambio di dati per assistere chi ha bisogno.

Da febbraio del 2018, all’interno dello stesso complesso della mensa, è stato attivato un centro di accoglienza per i senza fissa dimora, nell’ambito di “LAquiLive”, un progetto Finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Regione Abruzzo, ed ideato dalla Fraterna Tau Onlus. Oltre a un riparo per la notte, il progetto prevede corsi di formazione e l’implementazione di una serie servizi per persone indigenti. Il centro ha 14 posti letto ed ospita sia persone inviate dalla Questura dell’Aquila che coloro che si rivolgono all’associazione perché non sanno dove passare la notte.

Secondo i dati che ci sono stati forniti, da febbraio a dicembre 2018 sono state in totale 210 le persone che hanno dormito nella struttura, chi per periodi brevi, chi per periodi più lunghi, con un picco nel mese di ottobre in cui sono passate da lì ben 38 persone.

“Ora il centro è pieno – ci spiega il responsabile Federico Congiu – sono andati via due ragazzi ma ne sono venuti subito dopo altri due. Le persone inviate dalla Questura vengono da Paesi come Afghanistan e Pakistan. Per la maggior parte sono migranti, ragazzi appena arrivati in Italia che poi saranno richiedenti asilo ma ci sono anche italiani che sono stati sfrattati da casa”.

“Abbiamo attivato – continua – anche un corso di italiano e siamo riusciti a far entrare due ragazzi nel programma dell’agenzia di formazione Politecnica, dove seguono un corso per operatori specializzati nello smaltimento dell’amianto, dal momento che abbiamo notato che c’è richiesta di questa figura professionale nei cantieri”.

Il dormitorio, una struttura-container di circa 70 metri quadrati con 14 letti, in teoria dovrebbe essere liberato alle 9 del mattino per permettere di pulire ed igienizzare la stanza, in pratica durante l’inverno si fa uno strappo alla regola per dare qualche ora in più di rifugio dal freddo. Entriamo velocemente, qualcuno si sta riposando e non vogliamo disturbare. Fuori qualche ragazzo parla al telefono, seduto al timido sole di gennaio.

Facciamo poi un giro nella mensa, sui tavoli della cucina ci sono pizze al taglio e paste, offerte da una pizzeria ed un bar vicini. Due volontarie tagliano la verdura e mettono a bollire l’acqua per la pasta, due ragazzi si danno da fare per sistemare tutto prima del pranzo: oltre ai volontari, intorno alla mensa c’è chi lavora tramite il Servizio Civile e chi invece è impegnato nei lavori socialmente utili. Intanto fuori dalla mensa alcune persone aspettano l’apertura: un ragazzo aiuta un uomo più anziano a risolvere un problema con il telefono, qualcuno si saluta con un sorriso.

Ci ritroviamo a parlare con un signore di un paese vicino L’Aquila: sono due anni che viene qui a pranzo, ci racconta delle difficoltà che ha avuto a lavoro e dei torti subiti in famiglia, una serie di ingiustizie, sfortune e qualche scelta sbagliata. Si scusa per la tosse ma a casa sua non ha il riscaldamento. Sono le 12 e un quarto e la mensa apre le porte, le persone si mettono in fila per entrare: oggi si mangia pasta e per secondo tacchino o pesce.

L’assistente sociale ci ha raccontato di come qualcuno non sopporti il doversi trovare lì e lo viva con grande angoscia, lasciamo perciò che mangino in pace, senza sentirsi osservati. Vespa che lavora nell’associazione dal 2013 ha notato negli ultimi anni un cambiamento: a chiedere aiuto sono spesso persone che avevano un’attività come un libero professionista o, ad esempio, un idraulico, persone che hanno anche lavorato nel campo della ricostruzione ma che, in attesa di pagamenti ancora non ricevuti, non riescono neanche a pagare le bollette.

Negli ultimi anni sono aumentati anche gli stranieri, provenienti da diversi Paesi. Spesso sono gli stessi ragazzi ospitati dalla Caritas che però non offre il pranzo, oppure qualcuno che è fuori dall’accoglienza, che chiede l’elemosina e che non ha un lavoro. “Alcuni arrivano a L’Aquila credendo di trovare lavoro, – dice Vespa – si fermano per poco tempo, a volte dormendo anche in case inagibili e poi, non trovando nulla, vanno via”.

Oltre al danno di dover reggere una situazione sociale ed economica così estrema, questi ragazzi vivono anche la beffa di un clima di odio che ormai ha valicato persino i limiti della solidarietà. Sempre più volontari, che si adoperano per le raccolte alimentari, si sentono dire “no, voi date da mangiare ai neri” e qualche italiano che vive in fondo la loro stessa situazione economica preferisce prendere il pasto d’asporto anche per evitarli, per non sedergli accanto.

In questo groviglio di storie difficili, qualcuna ha un lieto fine. Come quella di una famiglia del luogo con bambini piccoli che, dopo un periodo di difficoltà durato 5 mesi, è riuscita a venirne fuori e a sistemare le cose. Oppure quella di una persona che ha accompagnato alla mensa un signore che viveva in una tenda e non mangiava da diversi giorni ma che poi, fortunatamente, è riuscito a trovare lavoro. Persone che hanno ritrovato la loro serenità sono la testimonianza che la povertà non deve essere un tabù nella nostra città: non possiamo isolarla dal resto, come se fosse qualcosa che sappiamo esistere ma che non vogliamo vedere.

La buona notizia è che tutti possiamo sempre fare qualcosa, non solo donando ciò di cui non abbiamo bisogno come vestiti e giocattoli o facendo donazioni di denaro e alimenti, ma tornando ad ascoltare chi incontriamo per strada, senza diffidenza e senza giudizio. Nella ricostruzione, quella sociale ed identitaria, nessuno deve rimanere indietro e l’empatia è l’unica arma che abbiamo per sentirci, tutti, meno soli.

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