GUARDARE LE OPERE D’ARTE, IL CIBO POVERO NON È PIÙ CIBO PER POVERI

di ERMENEGILDO BOTTIGLIONE*

L’AQUILA – Stare davanti un’opera d’arte, non è innocuo. Osservare una donna appoggiata su un basto da soma, un terreno arduo da smuovere e il marito che affonda la vanga per dissodare il difficile terreno. La donna sta allattando , lo sguardo perso in basso, un bambino, che non sembra proprio un neonato, una scodella abbandonata su un lato…forse perché svuotata? Un ombrello gigante da pastore, come ricovero provvisorio. Un terreno esposto ai venti, radici appena estirpate, montagne imbiancate sullo sfondo. Un cielo che schiaccia in basso.

Sto descrivendo una tela del 1883, di Teofilo Patini: “Vanga e latte”.

La visione suscita intensa malinconia e nello stesso tempo profonda serenità. Come è possibile? C’è la verità degli sguardi, anche chi è di spalle, vede non visto.

Patini, nato a Castel di Sangro nel 1840, operò per un periodo a L’Aquila come direttore della Scuola di arti e mestieri, ex convento, ex palazzo delle Esposizioni e ora Consiglio regionale.

Viveva a palazzo Ardinghelli, dove aveva il suo atelier. Nel cosiddetto periodo verista, dipinse una trilogia rivolta a descrivere la sofferenza di tutte le età dell’uomo e della donna composta da “L’erede”, oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, da “Vanga e latte”, in coincidenza dei moti agrari veneti, esposto al Ministero dell’Agricoltura di Via XX settembre e “Bestie da soma”.

“Vanga e latte” è una dura denuncia delle miserevoli condizioni di gran parte della popolazione legata ad un’agricoltura ancestrale e di poca resa.

Un grande studioso d’arte, Ferdinando Bologna ha definito queste opere come “un capolavoro di continuità ed insieme di rigenerazione della maggiore istanza artistico culturale posta da Patini: il Verismo”.

Ad appena 46 anni dalla proclamazione del Regno d’Italia fu ordinata una commissione d’inchiesta del Parlamento del Regno d’Italia e Cesare Jarach fu il delegato tecnico per l’Abruzzo e il Molise, sul passaggio dal regime borbonico a quello piemontese, e conseguenze nelle campagne e nei borghi montani.

La relazione di Jarach rileva una comunità largamente analfabeta che, dall’inizio del secolo, aveva cominciato a cercare altrove, soprattutto nelle Americhe, una vita migliore. Vengono intervistati contadini, pastori, emigrati, notai, politici, agronomi, proprietari, ognuno immerso nelle proprie dinamiche, emotive e sociali, antropologiche ed economiche.

L’emigrazione all’estero aumenta il costo del lavoro e nei campi sono disponibili solo vecchi, donne e ragazzi, costringendo i piccoli proprietari, non contadini, a vendere.

Jarach scrive: “L’imprenditore agricolo sostituì largamente al lavoro maschile il lavoro delle donne. A ciò corrisponde spesso un aumento della mortalità infantile causata dall’eccessivo lavoro delle madri”.

Uno dei primi effetti fu quello di sottrarre terreni ai pascoli per destinarli alle colture ed aumentare la produzione di alimenti. Ma la crisi seguì proprio il settore cerealicolo per fronteggiare la concorrenza di grano americano e russo.

Uno dei primi effetti fu la diminuzione del prezzo del frumento tra il 1881 e il 1885, epoca del dipinto in esame. Nello stesso arco di tempo l’affrancamento delle terre del Tavoliere ed il disboscamento determinarono la crisi della pastorizia. Tutto ciò penalizzò non solo i piccoli e medi proprietari che non riuscirono ad onorare i debiti contratti per affrancare i terreni demaniali ed impiantare nuove coltivazioni, ma anche i grandi proprietari che subirono la diminuzione delle rendite.

A fine novembre, sempre al Consiglio regionale, c’è stata la mostra di pannelli decorativi realizzati dagli artisti Basilio e Tommaso Cascella su commissione del Ministero dell’Industria nel 1937. Le tele, mai esposte in precedenza, rappresentano la vita contadina e nuove possibilità di sopravvivenza , nuovi travagli e la scoperta di nuovi germi di grano più produttivi.

Le opere dei Cascella sono sempre state la testimonianza dell’Abruzzo nel mondo, e in modo diverso raccontano le campagne abruzzesi, sicuramente, non con la crudezza verista del Patini.

Un piatto che potrebbe fare da sfondo a questa narrazione è la polenta con fagioli e cipolla. Ora va di moda condita con le spuntature di maiale, ma una volta la fonte proteica era più scarsa e i legumi erano fondamentali.

Ho conosciuto questa ricetta, quasi desueta, grazie ad un amico di Bominaco, produttore di vino per passione e amante di vecchie tradizioni. Vi assicuro, che un condimento simile, valorizza molto la farina gialla ed è conosciuto in vari territori della nostra penisola. Nel panorama odierno, rientra nella categoria di cucina “povera”, ricca di nutrimento e forse non più per poveri!

*esploratore del gusto

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