DALLA TRADIZIONE ORALE ABRUZZESE AL TEATRO DI FRANCESCA CAMILLA D’AMICO: LA MILLENNIAL RACCONTASTORIE

foto Alessandra Martella

CARAMANICO TERME – Esiste un patrimonio in Abruzzo che rischiamo di perdere per sempre. Non è qualcosa di tangibile, che si può catalogare, esporre o ammirare ma questo non lo rende meno prezioso. È il patrimonio della tradizione orale, fatto di storie, racconti, miti e leggende che da secoli viene tramandato di generazione in generazione e che, con la scomparsa dei più anziani e di chi continua ad averne memoria, rischia di finire nel dimenticatoio.

Unica forma di intrattenimento dell’epoca, fonde l’immaginario a quella che chiamano storia “minore”, ma resta fondamentale per decodificare il passato e capire appieno la nostra identità di regione legata al mondo agropastorale.

Si può guardare al problema con indifferenza o rassegnazione, oppure si può fare qualcosa di concreto per salvaguardare l’arte del racconto e del canto popolare. È quello che ha fatto Francesca Camilla D’Amico, 29enne pescarese, attrice e regista promettente che tra i tanti progetti di teatro sociale, dal 2012 raccoglie memorie di pescatori, contadini ma anche migranti che ha incontrato sulla sua strada.

Il progetto “RaccontaStorie. Narrazione di tradizione orale e memoria collettiva” che ha trovato il pieno compimento con l’associazione da lei costituita, “Bradamante”, si occupa di tradurre queste memorie in narrazioni, laboratori e incontri per fare comunità e riscoprire luoghi dimenticati.

“Dopo la scomparsa delle mie nonne – racconta D’Amico a Virtù Quotidiane – mi sono resa conto di aver perso il filo diretto che avevo con quel mondo: vivevano una vita molto dura ma con grande saggezza, allegria, coraggio e un grandissimo spirito di collaborazione. Per me questi valori non erano così lontani, li sentivo ancora vicini. È stato perciò come un richiamo, qualcosa di naturale e spontaneo iniziare a raccogliere memorie. Mi piaceva parlare con gli anziani e registrarli”.

Già dai primi anni della sua formazione, l’attrice inizia ad allontanarsi da un tipo di teatro riservato alle élite, e a prendere decisioni che molti tra familiari e amici non comprendono. Come quella di viaggiare da pendolare da Roma, dove studiava Arti e scienze dello spettacolo all’Università della Sapienza, a Paglieta, un comune di 4mila anime nel chietino, dove non c’era molto per una ventenne.

C’era però il Piccolo teatro del Me-Ti, un teatro popolare e di ricerca che lavorava sul territorio da oltre quarant’anni. Lì fa l’incontro che le cambia la vita: quello con Sandro CianciAugusta Natale, maestri con cui rimane per quattro anni e che le aprano la strada al “fare del teatro un fatto collettivo”.

Contadini, studenti, operai, tutti partecipavano agli spettacoli del Me-Ti, sia come attori che come spettatori. D’altronde c’era un pubblico d’eccezione in quel piccolo paesino dell’Abruzzo: da più di vent’anni assistevano agli spettacoli de “Il Festival dei racconti”, dove si erano succeduti nomi autorevoli come Ascanio Celestini e Marco Paolini, ancor prima che si affermassero sulla scena nazionale.

“Dopo questa esperienza – racconta – per me era impossibile tornare in una grande città perché ormai avevo messo le radici in una cultura contadina di cui ero figlia e nipote”.

Non a caso più tardi l’attrice si trasferisce a Caramanico Terme, un altro piccolo paese in provincia di Pescara, attirata dalla bellezza della Majella.

“Mi sono resa conto – afferma – che vivere in un paese di montagna è difficilissimo: implica una resistenza profonda perché mancano servizi ma anche una rappresentanza politica a livello nazionale dei paesi delle aree interne. Qui a Caramanico la biblioteca era sempre chiusa, il teatro non c’era o se c’era era legato a persone che vengono e fanno il loro spettacolo ma non lasciano nulla alle persone”.

Dopo una prima diffidenza degli abitanti, l’attrice riesce a coinvolgerli nelle sue iniziative: crea laboratori di teatro per bambini e ragazzi, parla con tutti, li invita personalmente agli spettacoli.

“I ragazzi con cui ho fatto i laboratori, – dice – in seguito hanno partecipato anche da spettatori alle rassegne; questo significa che si sta già formando il pubblico di domani”. Sembra poco, ma chi vive o ha vissuto una piccola realtà sa come una possibilità di evasione dalla quotidianità possa significare molto. Sono piccoli tasselli fondamentali per ricomporre un senso di comunità per combattere una tendenza alla chiusura che non esula neanche le città più grandi.

“Bisogna ripartire da cose semplici – esorta D’Amico – il teatro in questo può essere una goccia nel cambiamento: intorno ad uno spettacolo si crea una piccola comunità provvisoria, che insieme si esercita a tornare ad ascoltare”.

Se poi i luoghi dove vanno in scena gli spettacoli sono antichi sentieri di montagna percorsi dai partigiani, o grotte in cui si rifugiavano i pastori o un’aia comunale dove avvenivano lavori stagionali legati all’agricoltura, è ancora più facile sentirsi parte di qualcosa. Anche tornare a vivere questi luoghi attraverso delle rappresentazioni teatrali è un modo per non farli sparire dalla memoria collettiva.

D’Amico si pone come un ponte tra generazioni, traducendo letteralmente un dialetto molto stretto con cui le sono stati raccontati gli aneddoti dagli anziani, in una versione più comprensibile anche per i giovani. Tra quest’ultimi in molti hanno un vero e proprio rifiuto per il dialetto, collegandolo immediatamente a qualcosa di poco fine; anche molti teatranti, ci racconta, lo reputano come un teatro di seconda categoria. Non si tratta però di un teatro dialettale che si avvale del dialetto solo per far ridere ma è un teatro che racconta le persone di una cultura ormai distante dalla nostra, e lo fa anche attraverso quella che era la loro lingua.

Un servizio alla comunità dal valore inestimabile ma che, come tale, rimane molto delicato. Non tutte le storie che ha ascoltato sono state trascritte da D’Amico: fa l’esercizio di tenerle a mente, in modo da non smettere di incontrare nuove persone a cui raccontarle.

Ma i suoi progetti non si fermano qui. A breve inizierà un laboratorio a Lo Spaz di Pescara, “La città dai fili invisibili”, in cui un gruppo di giovani sotto la guida dell’attrice farà un lavoro di osservazione e ascolto sulla città di Pescara per poi spostare l’attenzione sui territori interni e sui “fili invisibili” appunto che li collegano ad essa.

Lavoro che terminerà con uno spettacolo itinerante e aperto alla cittadinanza. Il 25 novembre ad Alba Adriatica (Teramo) andrà inoltre in scena lo spettacolo “Maja. Storie di donne della Majella e del Gran sasso”, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Qui le memorie raccolte ruotano intorno al ruolo della donna nel Novecento e nella cultura contadina, svelando i profili di donne forti e coraggiose, con un profondo legame con la montagna ma senza mai scadere nella nostalgia dei bei tempi andati.

“Di questa cultura – spiega D’Amico – non tutto va salvato: anche solo il fatto di preferire un figlio maschio ad un femmina è inammissibile. Non si possono e non si devono fare passi indietro ma sono le nostre radici e dobbiamo conoscerle per poterci evolvere e capire meglio il nostro tempo”.

“Dopo gli spettacoli – conclude – capita che le persone vogliano abbracciarmi perché quelle storie le hanno vissute o le conoscono: parlando di una donna, ho parlato di tutte coloro che vivevano quella condizione e sono tornata a dargli una voce, a farle sentire importanti. Ma io mi sento di non aver fatto nulla se non essere stata un veicolo per non dimenticarle”.

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