DALLE FESTE PATRONALI ALLE CARCERI: LA CULTURA POPOLARE ABRUZZESE NELLA VITA DELL’INCREDIBILE ARMANDO ROTILIO

Foto Luca Carmosino

L’AQUILA – Forse, di persone come lui ne nascono una ogni cent’anni. Non è un campione dello sport, né un luminare della fisica quantistica, ma è un testimone, connettore, artigiano e artista della cultura popolare nell’Appennino Centrale. Si chiama Armando Rotilio, ma in molti in Abruzzo lo conoscono semplicemente come Armandone, per via della sua stazza imponente.

Dal palco del Primo Maggio alle feste patronali, dal teatro nel bosco ai laboratori nelle scuole, passando per le carceri e i campi da rugby.

A soli 43 anni, Armandone si presenta già come una sorta di creatura leggendaria, o più semplicemente come un prestigioso ambasciatore della cultura popolare delle aree interne appenniniche.

All’Aquila lo conoscono in tanti: innanzitutto tutti i musicisti della sua generazione, e anche chiunque ami la tradizione popolare abruzzese.

Armando Rotilio canta le storie, suona i tamburi a cornice, comunemente chiamati tamburelli, e in generale tutte le percussioni etniche popolari, comprese quelle composte da materiali riciclati o strumenti della vita quotidiana, come pentole e barattoli, con o senza acqua, a seconda della situazione e del risultato che vuole ottenere: “Tutto può avere un suono”, racconta a Virtù Quotidiane.

Egli ci narra della cultura del territorio aquilano e abruzzese, le storie attraverso i canti, le usanze e i ritmi della terra.

Lo insegna anche a scuola, dove organizza da tempo laboratori: “Le forme si assomigliano, dai canti di lavoro, alle serenate, ai canti di protesta o d’amore, ma sono i contenuti ad essere peculiari, regione per regione, montagna per montagna”, racconta orgoglioso.

Le scuole mostrano molto interesse per le sue attività laboratoriali, perché è un modo per conoscere il proprio passato, e per i bambini di origine straniera di imparare qualcosa del territorio in cui vivono.

Rotilio è interessato alle storie da sempre, da quando – ancora bambino – ascoltava lo zio camionista che gli raccontava delle arance portate dalla Sicilia o delle mele della Val di Non. È affascinato dal Sud, nelle mille sfaccettature che questa definizione porta, dal Regno delle Due Sicilie alla lingua napoletana cantata.

E poi c’è il palco: è impressionante il numero di formazioni di cui ha fatto parte negli anni, tanto quanto sia intensa l’attività live, soprattutto nei mesi caldi.

Armando Rotilio suona e canta con l’Orchestra popolare del saltarello, una formazione a carattere regionale diretta da Danilo Di Paolonicola all’interno della quale ci sono rappresentanti di tutte le province abruzzesi, e che è arrivata fino al palco del concertone del Primo Maggio romano, lo scorso anno.

Ma Armandone suona e canta anche con i Sud D’Anima (con lui Fabrizio De Melis, Giovanni “Balì” Corona e Antonio Marinelli), con cui fa anche ballate irlandesi e zingare, “quelle del sud dell’anima, non solo quello geografico”, ci tiene a precisare.

E poi gli “storici” Ci Manna Rino (con Giovanni Santilli, Saverio Di Pasquale, Giampietro Barone, Daniele Tempesta e Diego Coia) e Vitivinicola Italo Abruzzese (con Massimo Piunti, Enrico Sevi, Tiberio Boccanera e Luca Sebastiani). Insomma, un meltin’pot continuo di suoni, volti e voci. Un incrocio costante di ritmi, serate e ballate.

Consacra e celebra il territorio nei momenti importanti delle piccole comunità montane, dalle sagre alle feste patronali, in rituali collettivi fondamentali anche per gli emigrati: “La cultura popolare e la festa del paese sono sovrapponibili”, dice il celebratore di questo matrimonio collettivo, di questo rito laico.

È un uomo eclettico, perciò affianca la sua attività musicale a quella teatrale, con la recitazione in spettacoli legati anch’essi al territorio, insieme alla compagnia marsicana del Lanciavicchio, con la quale mette in scena persino racconti dal bosco, nelle gole di Celano come tra le cascate di Zompo lo Schioppo.

Il giorno dopo, armi e bagagli, si ritorna a scuola, per i laboratori con i bambini, ma anche con gli adulti.

Tiene infatti anche corsi nelle carceri e con i migranti: “Sono convinto che il lavoro sociale sia fondamentale tanto quello artistico – afferma – io utilizzo l’arte popolare anche nelle situazioni di disagio, oltre che per l’educazione nelle scuole. Ho ereditato questa caratteristica da un’altra passione che ho da sempre: il rugby. Allenavo le giovanili del Paganica Rugby e a un certo punto ho intrecciato il mio lavoro nelle comunità per minori allo sport, al sociale, all’arte e persino all’artigianato”.

E proprio in una comunità per minori si trovava Armando Rotilio la notte del 6 aprile 2009, quando il terremoto cambiò per sempre il volto dell’Aquila: “Durante la scossa ero lì e portai fuori tutti i ragazzi. Come tanti miei concittadini, ricordo nitidamente la sensazione di rinascere in una nuova vita”.

Proprio nei giorni successivi al terremoto iniziò ad avvertire dolore a una gamba, che successivamente si rivelò un tumore alla tibia.

Per questo, dopo cinque anni di cure, fu costretto all’amputazione: “Da allora non ho potuto più lavorare in comunità, e mi sono totalmente dedicato a quello che faccio ora. La malattia mi ha dato una spinta forte e propositiva, sono riuscito a convogliare positivamente le mie energie. Anche per questo non mi sono mai fermato con gli spettacoli”.

Ma dove la troverà tutta questa energia? “In parte non mi è mai mancata – dice, quasi ridendo – ma per molto di quello che faccio devo tanto al rapporto speciale con mia moglie Romina (Romina Masi, anche lei un’artista perché coreografa, attrice e insegnante di danza, ndr) e ai miei due figli. Per l’arte che esprimo devo tanto a loro, oltre che ai musicisti più anziani di me, che nel corso del tempo mi hanno instradato verso i canali giusti”.

Rotilio è un vortice frenetico di colori, sorrisi, parole, suoni e sguardi. Così tanto e così intenso, in soli due metri di altezza.

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