VALLE VACCARO E LA SAGRA DELLA PIZZA: DALL’ABBANDONO A LABORATORIO SPONTANEO DI RICOSTRUZIONE COMUNITARIA


CROGNALETO – Alla ricerca di paesi fantasma o di borghi semi abbandonati, sulla strada provinciale 45a per Crognaleto (Teramo) svoltai quasi per caso verso Valle Vaccaro, che dal bivio dista solo due chilometri. Non sapevo nulla di questa frazione e, colto da curiosità, avevo intenzione di fare solo un sopralluogo.

Ma già a poche centinaia di metri dall’abitato mi resi conto che c’era qualcosa di insolito, per un borgo della Valle del Castellano. Mai mi sarei aspettato però di trovare la sorpresa che il caso aveva in serbo.

Pensavo di trovare un paese disabitato e invece vidi un paio di persone armeggiare attorno a un forno. Decisi di andarci a parlare.

Una volta parcheggiato mi inoltrai per le vie del paese, che a prima vista appare ben tenuto e privo di danni causati dal terremoto, e li raggiunsi.

Erano due uomini sulla settantina e dissero che stavano collaudando il nuovo forno e che avrebbero cotto pizze per tutti i paesani.

Non so come, ma scoccò una specie di scintilla, e fu quasi un tutt’uno rivelare loro il mio lavoro e ricevere un gradito invito a pranzo.

Non ci volle molto che, a forno caldo, cominciassero ad arrivare gli altri abitanti, in tutto una trentina di persone, tra i quali anche un paio di giovani coppie con figli, e per tutti lo “straniero” non era che un semplice commensale, un nuovo amico cui raccontare la gioia di stare insieme a Valle Vaccaro.

E poi formaggi e salumi di ogni genere, e decine di pizze, dalla focaccia semplice a quelle dalla farcitura più varia e squisita.

Strano, penserete.

E lo è per un borgo di montagna, ma non qui a Valle Vaccaro, dove attorno alla pizza hanno organizzato addirittura la sagra, con l’intento di tenere salda la comunità e di attrarre visitatori dai paesi vicini.

La Sagra della Pizza si tiene il secondo fine settimana di agosto, quest’anno 10 e 11, ed è giunta all’ottava edizione.

Ormai richiama centinaia di persone, dicono, ed ecco perché oggi sono qui riuniti: sono riusciti a farsi costruire dal Comune non solo il forno, ma anche un grande spiazzo su cui organizzare la sagra; c’è da festeggiare!

L’evento, svelano, è nato per gioco e nelle prime edizioni la pizza veniva cotta a casa di Dino, il pizzaiolo ufficiale. Ora invece sono organizzatissimi: riescono a coprire anche cinquecento impasti, offrono bevande e patatine fritte, il tutto accompagnato da musica e balli popolari.

È felicità quella che vedo sui loro volti mentre ne parlano.

Valle Vaccaro è un paesino di una trentina di case posto a 1.105 metri e, come dice il nome, fu abitato un tempo da pastori.

Oggi qui, stanzialmente, non vive nessuno, ma ogni fine settimana, garantiscono, qualche abitante torna.

Molti di loro sono pensionati che hanno speso la loro vita a Roma, Firenze, Teramo e non tutti sono originari, ma hanno sposato donne e uomini che dalle montagne sono dovuti andar via.

Ora però a unirli e a far sì che in questo sperduto borgo si ricrei vita c’è la voglia di stare insieme e l’amore per queste pietre di arenaria che, forse, sanno essere più casa dei loro appartamenti di città.

La ragione per visitare Valle Vaccaro, voglio essere franco, oltre che per ammirare la chiesa cinquecentesca di Sant’Antonio Abate, per aggirarsi nelle piccole vie tra le case in pietra, per esplorare il Frassineto a ridosso dell’abitato, una rarità nell’Appennino per la sua ricca biodiversità, sta tutta nell’impegno e nella passione dei suoi abitanti: un vero e proprio laboratorio spontaneo di ricostruzione comunitaria del basso.

Un modello, io credo, che potrebbe essere esportato ai tanti borghi abruzzesi in abbandono. Non resta dunque che stare a guardare se questo progetto continuerà a portare ulteriori nuovi frutti, perché finora, garantisco, la strada presa è quella giusta.