ACCIANO: PERDERSI NEL BORGO FORTIFICATO DELLE MILLE CANTINE E DEL GIGANTE


ACCIANO – La prima impressione è quella che conta, così per dirvi di Acciano (L’Aquila) non possiamo che iniziare da quello che doveva essere un sopralluogo e che invece si è trasformato in un’incredibile esperienza: perdersi tra i labirintici vicoli di un borgo fortificato.

Acciano è nel cuore della Valle Subequana, equidistante dall’Aquila, Avezzano, Sulmona e posto davanti a uno dei panorami più stupefacenti della regione, il lato nord del gruppo Sirente. La sua origine è probabilmente longobarda, ma più antichi sono i reperti archeologici italico-romani trovati nel territorio.

Oggi conta appena 314 abitanti, conserva però tra le sue frazioni, Beffi, Roccapreturo, San Lorenzo e Succiano, un patrimonio architettonico di certo annoverabile tra le mete imperdibili per chi visita l’Abruzzo.

Perdere la misura del tempo, attraversare la storia, nel centro storico di Acciano non sono luoghi comuni ma la realtà di un’esperienza che supera ogni aspettativa.

Sono quasi le undici di sera, decidiamo di fare due passi in prospettiva del lavoro che ci attende il giorno seguente. Dalla piazza del Municipio scendiamo lungo via Ospedale, il vicolo d’accesso. Superiamo un affresco, l’oratorio di Maria Santissima Addolorata, la parrocchia dei Santi Pietro e Lorenzo.

Acciano è avvolto dalla nebbia dopo che è piovuto, noi dalla luce arancione, dal silenzio. La vita è tutta nei nostri passi che scendono gli scalini. Ogni angolo, arco, vicolo, sottopasso, è uno scorcio che ci chiama.

Ovunque pare un’esperienza irripetibile, stranamente fragile: un ora o mai più.

Camminiamo ancora e scendiamo sempre più in basso. L’arroccamento di Acciano sembra infinito. Scegliamo i vicoli più oscuri, c’infiliamo dovunque sia consentito, poiché molti sono gli edifici danneggiati dal terremoto, ma c’è sempre una via, sempre un passaggio per seguire quella che sembra una discesa verso il fondo della valle.

Illuminiamo con le luci dei cellulari ogni cantina aperta che incontriamo; sono grotte immense scavate nella roccia. Acciano era il paese del vino, tanto che anche il vitigno Montepulciano pare abbia qui le proprie origini. In qualche grotta ci sono ancora le botti, in tutte, vasche di pigiatura che sembrano mangiatoie per animali. Dal soffitto di una casa abbandonata una rondine e i suoi piccoli ci osservano.

Un’altra discesa e siamo in un cortile, fuori le mura. Dinanzi solo nebbia che taglia l’oscurità. Sono trascorse due ore e non ce ne siamo accorti.

Il mattino successivo, sotto un cielo ancora terso, incontriamo Enrico Masci, geometra e imprenditore agricolo, e Samuel Binni, appassionato di storia accianese. Con loro, percorrendo gli stessi vicoli della notte precedente, scopriamo le ricchezza architettonica e storica di quanto abbiamo attraversato solo con l’emozione.

Ci raccontano dell’importanza delle cantine, di come fossero strutturate per lavorare l’uva, spesso con un sistema a cascata fatto di caditoie, piloni, pigiatoi per finire poi nelle botti; di come, in inverno, quando non c’era lavoro nei campi, gli accianesi erano soliti trascorrere mesi interi a scavare col picco, e chi più scavava più spazio aveva poi a disposizione e di sua proprietà.

Ci raccontano del dibattito sull’origine del nome, se da Accius, un gentilizio romano, o da aczo, termine longobardo; di come il borgo sia stato per secoli terra di confine tra i contadi di Popoli e dell’Aquila, dalla quale fu infine comprato e annesso “come membra di un solo corpo”. E della storia di Santa Petronilla, la cui statua, contesa tra Acciano e Paterno, apparì poi miracolosamente dove oggi sorge il santuario a lei dedicato.

Ma il racconto più interessante è sulla struttura del borgo fortificato, che ha uno sviluppo a goccia sui due pendii che corrono verso valle.

Tre erano le porte d’accesso ormai andate perdute, Torrone, Martino e dell’Aia, mentre il castello era in alto, in posizione dominante dove ora sorge la chiesa e un belvedere. Ai lati la difesa era costituita non da mura, ma dalle case stesse, dette case-mura appunto, che avevano pareti rinforzate, accessi ridotti al minimo e si sviluppavano anche per cinque, sei livelli, mentre dalle vie interne questi stessi edifici sembrano a uno o due piani.

Ma anche se il nemico fosse riuscito a penetrare nel borgo, l’altro elemento di difesa era l’urbanizzazione stessa, fatta di vicoli a labirinto, che non consentono mai un facile orientamento, come è occorso a noi la notte precedente: ci siamo persi nel tentativo di conquistare Acciano e ne siamo usciti a conquistati a nostra volta.

Vicoli, sottopassi, cantine, vino, chiese, santuario, Acciano è questo e altro ancora. È sagre e feste patronali molto sentite, è escursioni e natura incontaminata, è fontane e torri medioevali, come a Beffi e Roccapreturo, è la genuinità e l’accoglienza della sua popolazione.

È, infine, Giuseppe Catoni, il Gigante di Acciano, uomo alto due metri e venticinque dalla forza straordinaria, che fece addirittura da guardiaportone per il re di Francia Luigi Filippo d’Orleans. In piazza, sul balcone di quella che fu casa sua fa mostra di sé la targa che ne ricorda la vita. Quest’anno, poi, ricorre il bicentenario dalla nascita e sarà celebrato con la ripubblicazione di un libro.

Insomma, Acciano è tutto questo. Buona visita e felice perdizione, dunque, nel borgo delle mille cantine e del gigante.

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