ALLA GROTTA DI SAN FRANCO D’ASSERGI PER IL TRADIZIONALE OMAGGIO ALL’ACQUA


L’AQUILA – Nel quadro dei festeggiamenti dell’Assunta, tre giorni dopo l’immancabile gita all’Acqua di San Franco, il 16 agosto si è svolta ad Assergi (L’Aquila), come è tradizione da qualche anno a questa parte, un’escursione con meta la grotta di San Franco, il luogo dove, secondo la tradizione, il santo eremita del Gran Sasso trascorse i suoi ultimi quindici anni di vita e dove morì, la notte tra il 4 e il 5 giugno di un anno imprecisato tra il 1220 e il 1230.

Si racconta che quella notte gli abitanti di Assergi furono svegliati dalle campane della chiesa, che suonarono a distesa, ad annunciare più una festa che una morte, mentre dalla grotta rifulgeva un grande straordinario chiarore.

Non lontana dal tragitto c’è un’altra grotta legata alla memoria del santo, più piccola, e accessibile solo con l’aiuto di una corda assicurata ad un gancio fissato nella roccia: quella dei “Peschioli” , località non lontana dalla stazione intermedia della funivia che porta a Campo Imperatore.

Quest’anno la piccola comitiva, composta di assergesi sia residenti e non, si è arricchita della presenza di Nino Scipioni, nativo della vicina Camarda, noto imprenditore del capoluogo abruzzese e infaticabile camminatore.

Il gruppo, diretto dall’assergese Leandro Giannangeli, guida esperta e simpatica, ha preso le mosse dal piazzale della stazione della funivia del Gran Sasso.

Il percorso, lungo e impervio – racconta in una nota Giuseppe Lalli – ha messo a dura prova i polpacci, ma la fatica non ha spento il clima festoso dell’ascensione. Una breve sosta a metà cammino per un piccolo panino e un sorso d’acqua, e su fino all’affascinante spelonca, lunga e stretta, poco distante dai rilievi rocciosi di Pizzo Cefalone.

La fatica è stata ripagata, lungo tutto il tragitto, da una vista mozzafiato. Poco sotto, un piccolo mare di verde, quello del bosco di “Macchia grande”; più in basso, dove la campagna si confonde con la valle, il borgo di Assergi, con le sue case in pendìo e le sue antiche mura di cinta da poco restaurate: uno spettacolo che lo sguardo accarezza a lungo, insieme al verde della ridente valle del Raiale, che da lassù appare ancor più dolce e piena di magìa.

Franco, nativo di Roio, monaco benedettino fin da giovane nel convento di Collimento di Lucoli, sentendo nel suo cuore una chiamata più radicale, assetato di solitudine, e rivestito del solo nudo Vangelo, non aveva esitato a prendere congedo dai suoi confratelli, e aveva girovagato a lungo nelle montagne circostanti prima di stabilirsi negli orridi e irraggiungibili anfratti del Gran Sasso.

La mente stenta a credere, alle sole viste umane, come l’anacoreta abbia potuto vivere da solo in questa grotta angusta e umida, considerati i rigidi inverni delle nostre montagne. Forse un altro prodigio, in aggiunta ai tanti attribuiti al santo in vita e dopo la morte.

È lecito ipotizzare, comunque, che l’eremita, di tanto in tanto, scendesse per ascoltare la messa, e accettasse volentieri, al ritorno, di dare consigli a chi gliene chiedesse: ai pastori, che volentieri avranno ricambiato con del buon pecorino o con un pezzo di carne appena arrostita; e ai suoi confratelli del convento di Assergi, che forse gli davano ricetto nei periodi invernali più rigidi.

Del resto, era destino dei solitari dello spirito – sarà così anche per Pietro Celestino – che più si ritraessero dalla vita associata e più la gente li cercasse.

San Franco, come l’eremita del Morrone portatore sano di una lucida follia che quasi gli invidiamo, ha molto da dire a noi uomini moderni “equilibrati” ed insani, che spesso ci scopriamo soli e sperduti anche nelle piazze più affollate. In questi luoghi di silenzio, lontano dal fragore della quotidianità, l’anima è più disposta a cantare.

Per pochi minuti ci siamo raccolti per recitare una preghiera molto bella (di seguito trascritta), riprodotta ed incorniciata in un rudimentale quadretto consunto dai venti e dalle piogge: parole inusitate, di un’altra grammatica, di un altro mondo.

Poco dopo è iniziata la discesa, che ha richiesto pari impegno della salita, con la guida alpina a sorvegliare i passi di ciascuno, come fa un buon cane pastore abruzzese con le pecore che gli sono state affidate.