BORGHI D’ABRUZZO: CANNAVINE, IL RISVEGLIO NEL PAESE ADDORMENTATO AI PIEDI DEI MONTI GEMELLI


VALLE CASTELLANA – Ai piedi dei Monti Gemelli, versante ovest, sulle sorgenti del fiume Salinello e delle sue gole, ci sono i ruderi di Castel Manfrino e le frazioni di Macchia Da Sole, Macchia Da Borea e Piano Maggiore, luoghi già scarsamente abitati ma dalla bellezza disarmante.

Quello di cui andavamo alla ricerca, però, è una frazione ancora più piccola, un pugno di case conosciuto come Cannavine, o Le Canavine, arroccate attorno a un fontanile. Questo è il resoconto della nostra avventura.

Risaliamo la SP52 da Garrufo che è già tarda notte. La strada, abbastanza dissestata, risale la costa del Monte Foltrone, a sud delle Gole del Salinello.

Il buio non permette di godere dello stupendo panorama che si affaccia sulla valle, ma notiamo, tra fugaci incontri con un paio di volpi, una lepre e un tasso, che ogni slargo al lato della strada è allestito con bacheche informative, tavoli, panchine: un tentativo di sviluppo turistico che forse non ha avuto grande seguito.

Giungiamo a Macchia da Sole verso mezzanotte, e la pensavamo addormentata, quando invece un gruppo di Boy Scout, raccolto fuori dall’Albergo Castel Manfrino, è intento a cantare attorno a una chitarra.

Proseguiamo per la strada provinciale 69, che subito diventa sterrata, in direzione San Vito e Ascoli Piceno. Dopo circa un chilometro di curvoni scorgiamo un fontanile a margine della sterrata, e poco appresso un rudere. Siamo arrivati.

Parcheggiamo in un piccolo slargo dove si nota un lavoro di pulitura dalle erbacce e ci prepariamo per la notte: sedile abbassato e sacco a pelo. Non prima però di aver ammirato il cielo stellato che da qui, nel buio più totale, sembra sospeso a un palmo dalle nostre teste.

È l’alba che ci regala lo spettacolo che stavamo cercando. Il sole sembra salire tra i Monti Gemelli, i prati verde smeraldo scintillano di rugiada. Non un rumore che non sia il soffio del vento. E questo piccolo mondo abbandonato, un pugno di case diroccate, un abbeveratoio per il bestiame.

Come doveva essere svegliarsi qui tutte le mattine? Com’era la vita della cinquantina di persone che vivevano Le Canavine fino a metà del secolo scorso? E prima, ancor prima?

Tre abitazioni, null’altro. Il casolare più grande pare in ristrutturazione, ma i lavori sono fermi da tempo, e discutibili. Dal sito dei Paesi Teramani apprendiamo che nel fossato vicino c’è un antico ponte, oltre il quale è possibile scorgere i resti delle mura perimetrali dell’Eremo di San Benedetto, ma non ci avventuriamo stavolta.

Dell’eremo si hanno notizie dal 1252, citato in un documento da Papa Innocenzo IV, e rimase attivo fino al XV secolo. Forse una delle campane della Chiesa di San Giovanni Battista di Macchia Da Sole viene proprio da qui.

Non c’è altro, se non la magia. Il fascino antico dell’Abruzzo che, quasi senza accorgercene, stiamo perdendo. Laviamo i nostri volti al fontanile cercando di non svegliarci troppo da questo sogno. È tempo di andare.