BORGHI D’ABRUZZO: FARAONE ANTICO, LA STORIA DI UN ABBANDONO CHE FORSE SI SAREBBE POTUTO EVITARE


SANT’EGIDIO ALLA VIBRATA – Situata tra il fiume Salinello e il confine con le Marche, a mezza strada tra Civitella del Tronto e Sant’Egidio alla Vibrata (Teramo), troviamo la frazione di Faraone Nuovo.

Dalla strada provinciale 2 che l’attraversa svoltiamo in via Tiziano e dopo poche centinaia di metri incontriamo una croce di ferro e il cartello che dà nome a una piccola strada bianca.

La seguiamo, cauti, tra la vegetazione che pare volerci assalire, ed ecco, alla fine, il portale, un cuore che fu, un’anima nobile e decadente: il borgo abbandonato di Faraone Antico.

Faraone Antico è posto su una specie di isolotto a 318 metri sul livello del mare, incassato tra fossi creati dalle passate piene del Salinello. Le prime notizie si hanno nell’anno 1001, periodo di dominazione longobarda, e parlano di un castello di nome Pharaone.

Delle mura perimetrali e dell’aspetto che poteva avere un tempo non restano che flebili tracce.

Il tessuto urbano oggi visibile, ancora risparmiato dalla vegetazione che lo sta rapidamente fagocitando, è invece del XVIII e XIX secolo e conta non più di 25 abitazioni, un palazzo baronale ottocentesco, un altro palazzetto dagli affreschi apprezzabili, la chiesa di Santa Maria della Misericordia e la grande porta meridionale d’accesso al borgo.

Nei tempi di massimo splendore Faraone contava circa 1.500 abitanti ed era un punto di riferimento per il territorio circostante grazie soprattutto alle sue botteghe. Poi, il 5 settembre 1950, al lento declino, si aggiunse la violenza del terremoto e tutta la popolazione, per Decreto Presidenziale del 1952 a firma Luigi Einaudi, fu costretta al dislocamento in una nuova sede urbana, quella appunto del vicino Faraone Nuovo.

Sebbene siano indubbi i danni provocati dal sisma e l’acuirsi di un movimento franoso dell’area, sulla decisione politica aleggiano alcune ombre. Parrebbe infatti che il parroco e il sindaco dell’epoca, in accordo con il ministro incaricato, abbiano probabilmente deciso di dirottare i fondi per la ricostruzione verso un nuovo insediamento, piuttosto che per il restauro; se con intento speculativo o virtuoso, però, non è facile capire.

La porta di Faraone, che di recente è stata restaurata, ha un’architettura semplice e robusta ed è sormontata da una torre merlata.

Sull’arco sono visibili un’epigrafe datata 1467, uno stemma gentilizio di Generoso Cornacchia da Civitella del Tronto, un bassorilievo in terracotta raffigurante una Madonna con Bambino eseguito nel 1944 da Ghino Sassetti e una lapide che ringrazia Maria della Misericordia per aver liberato il paese dalla guerra.

Anche la chiesa quattrocentesca, a navata unica, è imponente ed essenziale. Così come la facciata che accoglie solo il portale, un’incisione sull’architrave e due finestre, che tutto ricordano fuorché rosoni.

Il suo tesoro era invece conservato all’interno, ma più che il terremoto l’incuria dell’uomo ne ha compromesso il pregio, tanto che il tetto pochi anni fa è crollato sull’altare.

Il resto è abbandono. Un affresco sparuto che s’intravvede da una finestra, i vicoli gonfi d’ortica e rovi, l’ailanto e il caprifico che crescendo fanno sprofondare tutto nel silenzio e nell’odore acre di natura selvatica che ignara riprende il suo posto.

Il resto è una storia che da oltre un secolo continua a ripetersi come una mannaia sulle tracce del nostro passaggio, e sulle tante forme che prese la nostra vita nell’Appennino.

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