BORGHI D’ABRUZZO: MÀSSERI, IL PAESE FANTASMA INTERAMENTE FAGOCITATO DELLA VEGETAZIONE


CAMPLI – Dietro di noi lasciamo ricordi, storie, che spesso non fanno in tempo a diventare memoria, che spesso nessuno si adopera trasformare in memoria.

Restano case, chiese, piazze, strade, e utensili, porte, finestre, affreschi, altari, resta il silenzio, il vuoto.

Il nostro passato, le nostre vite si fanno concime e struttura, per la natura che tutto fagocita e che tutto ricopre. Che ruba, a volte. Come è capitato a Màsseri, frazione di Campli (Teramo), borgo del quale non rimangono che ruderi ricoperti da un’inestricabile vegetazione. Vegetazione con la storia sotto.

Raggiungere Màsseri non è facile.

Da Campli si supera la frazione di Paduli, si attraversa poi quella di Pastinella e si prosegue su una strada sconnessa per circa un chilometro.

Ad uno spiazzo, dove la carrareccia diventa impraticabile, si parcheggia e si prosegue a piedi, a tentativi però, perché del borgo apparentemente non c’è traccia.

Bisogna aiutarsi con Google Maps per orientarsi. Si risale la carrareccia e dopo un paio di curve si comincia a intravedere qualcosa nella vegetazione: un cortile, una casa.

Ma le difficoltà non sono finite, tutt’altro. Invitiamo, infatti, a non addentrarsi oltre, come pure abbiamo fatto noi per documentare: il rischio di crolli è davvero elevato.

Masseri è costituito da tre piccoli nuclei di non più che una manciata di case ciascuno, adagiati in successione sulla collina.

Nella zona centrale del borgo è visibile la parte alta del palazzo appartenuto all’unica famiglia benestante, i De Santis, antico lascito dei Palma, nobili teramani.

Ogni altro edificio, a un primo sguardo, pare completamente ricoperto. Bisogna arrischiarsi tra i ruderi, calarsi dalle finestre per accedere al resto degli edifici, come la Chiesa della Madonna del Rosario, o le quattro, cinque case che le stanno intorno.

La chiesa era la cappella privata della famiglia Palma. La sua costruzione è antica ma beneficiò di un restauro nel XIX secolo.

La struttura, o quel che ne resta, è semplice, formata da un’unica navata coperta da un tetto a capanna affrescato di cui non rimangono che poche tracce, ma dai colori intensi. Il piccolo campanile si tiene ancora su, in qualche modo, ma è ormai privo di campana.

L’altare è totalmente ricoperto di vegetazione e, se non fossimo in luogo di culto, sembrerebbe una fioriera che nessuno cura più da tempo.

La storia del declino di Màsseri è tutta racchiusa in appena un ventennio.

Prima fu colpito dai terremoti del Gran Sasso che tra il 1950 e il 1952 imperversarono tra le province di Teramo, L’Aquila e Rieti. Poi fu definitivamente abbandonato sul finire degli anni Sessanta, quando il pericolo incombente di una frana del costone su cui il borgo è arroccato costrinse i suoi abitanti a trasferirsi nelle frazioni vicine, in particolar modo a Paduli.

E forse dovettero farlo in fretta se in un’abitazione sono rimasti una pressa per fare l’olio o il vino e un altro macchinario sul quale campeggia ancora ben leggibile la scritta Fonderia Camplone Pescara.

Non restano che pochi scampoli di memoria a Màsseri, sparute tracce che presto saranno definitivamente fagocitate della vegetazione. Se ciò che avvenne cinquanta anni fa fu prevenzione, lungi da noi criticare la scelta fatta, lungi da noi auspicare un ritorno, una rinascita.

A volte la natura, dovremmo tenerlo bene a mente, impone la sua legge cui dobbiamo solo sottostare. E del nostro passaggio, alla fine, non restano che mura diroccate, che fragili parole in balia del tempo.

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