CARO BOLLETTE, I RISTORATORI POSSONO RISOLVERE IL CONTRATTO COI FORNITORI DI ENERGIA?


ROMA – Il caro bollette dovuto al rincaro dei prezzi delle materie prime che sta attualmente coinvolgendo consumatori e attività produttive, può rappresentare giuridicamente motivo di risoluzione del contratto con il fornitore di energia?

Posto che la fornitura di luce a gas rientra nei contratti di durata – spiega Alessandro Klun, autore di diversi testi sul diritto della ristorazione – nel caso di squilibrio ai danni del soggetto fornito conseguente all’incremento dei costi energetici, può trovare applicazione l’art. 1467 c.c. in base al quale “nei contratti a esecuzione continuata o periodica, ovvero a esecuzione differita (nel cui ambito può essere ricondotta la fornitura di energia), se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto, con gli effetti stabiliti dall’articolo 1458”.

In tal caso, “la parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”.

Il richiamo a tale norma – spiega Klun – pare consentire una domanda del consumatore o impresa diretta alla rinegoziazione del contratto, soluzione promossa anche dalla Suprema Corte in casi simili, laddove il costo delle materie prime lieviti al punto da determinare un aumento sproporzionato in loro danno.

Ciò, tuttavia, non esonera il richiedente la risoluzione dall’onere di dimostrare, in sede giudiziale, che il lamentato rincaro dei costi energetici costituisce un fatto straordinario, imprevedibile e inevitabile, il solo a rendere legittima la sua domanda.

Questo è quanto può dedursi dal comma 2 articolo citato in base al quale “la risoluzione non può essere domandata se la sopravvenuta onerosità rientra nell’alea normale del contratto”.

In altri termini l’incremento dei costi dovuto all’aumento dei prezzi delle materie prime, risentendo, come noto, delle fluttuazioni del mercato, potrebbe non essere valutato come fatto che presenta tali caratteri, rivelandosi inidoneo a legittimare la risoluzione contrattuale.

Peraltro – chiarisce l’esperto – non si può prescindere neppure da una disamina del singolo rapporto contrattuale per valutare l’eventuale pattuizione, in casi simili, di tutele a in favore del soggetto fornito (ad es. rimodulazione dei costi).

La questione, pertanto, rimane aperta.

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