CASTELLI DI FONDAZIONE DELL’AQUILA: FOSSA, IL BARONATO DEL GRAN RIFIUTO


FOSSA – Non fosse per qualche cantiere fortunatamente avviato di recente, il centro storico di Fossa (L’Aquila), la sua zona rossa, altro non parrebbe che una prosecuzione gelida e decadente del rudere del castello-recinto che da oltre mille anni domina sull’area dell’antica città, prima vestina poi romana, di Aveja.

Il cuore di Fossa infatti, come quello di tante frazioni e di tanti comuni del territorio aquilano, si è fermato il 6 aprile 2009 e non attende altro che la politica, la burocrazia e infine la ricostruzione facciano il loro dovere.

Le origini della fortificazione sono le stesse degli altri castelli che nel 1254 contribuirono alla fondazione dell’Aquila: le invasioni straniere, saracene o ungare, che imperversarono nell’Italia centrale tra il IX e il X secolo e la conseguente trasformazione dei casali prima in villae e poi in nuclei urbani; il fenomeno noto come incastellamento.

Una leggenda vuole però il feudatario di Fossa sia stato l’unico tra cento baroni a rifiutarsi di contribuire alla creazione della città nova ed è per questo che L’Aquila avrebbe 99 piazze, 99 chiese, 99 fontane. Pare certo, invece, che i fossolani si rifiutarono di trasferirsi o di costruire alcun edificio nella zona intra moenia a loro destinata: Campo di Fossa.

Il forte altomedievale è arroccato sulle pendici del Monte Circolo, sul quale sorge un altro castello-recinto, quello di Ocre. Nel corso dei secoli la pianta e gli insediamenti interni alle mura subirono diverse modifiche. In origine la forma era probabilmente triangolare con la torre mastio, alta 17 metri e dal diametro di 8, sulla parte sommitale.

Solo intorno al XIV secolo assunse una forma trapezoidale e furono aggiunte due torri a pianta quadrangolare negli angoli bassi, che avevano funzione sia abitativa che di avvistamento, e due torri vedetta più piccole, a nord e sud-est.

Le mura difensive, un tempo merlate e con passo interno di ronda, erano alte circa 10 metri con uno spessore di oltre un metro. Al castello si accedeva tramite un portale con argo ogivale posto a nord-est, mentre l’accesso al torrione avveniva solo attraverso una scala a pioli ritraibile che era usata anche per salire ai piani superiori.

In seguito al dominio normanno il castello di Fossa assunse sempre più prestigio. Nel 1178 è nella lista dei castelli diocesani, nel 1204 è citato in una bolla papale di Innocenzo III, nel 1269 è nella lista degli insediamenti del contado aquilano che dovevano imposte a Carlo I d’Angiò e nel 1294 è inserito tra le terre del distretto aquilano da Carlo II.

Dal XVI secolo, ancora, passò di mano più volte tra i poteri nobiliari locali: al capitano Diego Pérez nel 1529, a Ferrante di Montagnes nel 1549 e infine a Elisabetta Pica de’ Porcinari. È da questo periodo che all’interno del recinto si costruirono ulteriori edifici abitativi.

Alle pessime condizioni di abbandono e degrado in cui versava il castello di Fossa prima del 2009, si sono aggiunti ingenti danni provocati dal terremoto: il crollo parziale delle mura e delle unità abitative, le lesioni alle torri e alle strutture addossate alla cortina.

Visitarlo oggi, insomma, è impossibile. L’unico modo per apprezzarne ancora l’antico splendore è purtroppo ammirarlo da lontano, restando però inermi, ancora una volta, a osservare come un altro pezzo della nostra storia millenaria vada inesorabilmente incontro al suo declino indecoroso.

Per ulteriori informazioni consigliamo “Il castello recinto di Fossa (AQ). Un inconsueto esempio di architettura fortificata”, dell’Ing. Francesca Geminiani in Studi e ricerche di storia dell’architettura n. 3, anno 2-2018.

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