CORONAVIRUS, IL GRIDO DEI BAR: “MIGLIAIA DI EURO DI REMISSIONI, RISCHIO DI NON RIAPRIRE”


L’AQUILA – Sembra passato un secolo da quella vita “normale” che solo fino a tre settimane fa, prima dell’emergenza Coronavirus, scandiva l’esistenza di tutti noi.

Il rumore delle tazzine sui banconi dei bar, il chiacchiericcio per strada, la possibilità di pranzare fuori e di trascorre la serata al cinema o al teatro. Tutto sembra un lontano ricordo. La vita è oggi sospesa fino a data da destinarsi.

E se le conseguenze di ogni evento traumatico-calamitoso sono di natura collettiva e abbracciano diversi ambiti, da quello sociale a quello emotivo, le pesanti ricadute di tipo economico piombano in particolare, e più di altre, sulla testa di alcune categorie specifiche.

Liberi professionisti, titolari di bar e ristoranti, attività commerciali in genere, si trovano così ad affrontare una situazione di emergenza nell’emergenza in una dicotomia di preoccupazioni distinte: quella sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus e quella economica dovuta alla chiusura improvvisa delle attività, tra perdite economiche dirette e indirette che per una micro impresa possono arrivare già a sfiorare i 10 mila euro.

“Siamo di fatto alla terza settimana senza lavorare e, per chi guadagna solo se lavora, si tratta di un impatto devastante”, si sfoga a Vq il titolare di un bar dell’Aquila che preferisce rimanere anonimo, anche per non alimentare giudizi sterili e gratuiti come spesso accade nella schizofrenia dei canali social.

“Se, nonostante i nostri tempi non siano quelli del passato, sei stato abbastanza abile da accumulare dei risparmi, qualche settimana così puoi reggerla, ma oltre rischi di dover compiere la decisione più drammatica, quella di chiudere”: parole amare che fanno i conti con la gestione delle spese e dei dipendenti a carico, in una città che si trova di nuovo, dopo undici anni dal terremoto a fronteggiare una nuova emergenza.

“Le prime scadenze da quando è scattata l’emergenza erano fissate ad oggi, come tutti i mesi, quando attraverso i famigerati modelli F24 si pagano i contributi previdenziali dei dipendenti e l’Iva del IV trimestre dell’anno precedente”, ricorda l’esercente. “Il decreto che prevede il rinvio, più volte rinviato e approvato in giornata (ieri, ndr), arriva comunque clamorosamente in ritardo”.

Un tracollo economico che non riguarda solo l’aspetto fiscale ma anche la merce già acquistata: “I prodotti freschi che avevamo sono oramai deteriorati – denuncia un’altra titolare di una caffetteria aquilana – la perdita è quantificabile in qualche centinaia di euro”.

“Molta merce confezionata, patatine piuttosto che snack dei generi più disparati, scadranno tra qualche settimana, quindi verosimilmente andranno smaltiti con perdite di altre centinaia di euro”.

Lo scoglio più grande tuttavia è rappresentato dalle utenze e dagli stipendi, “per chi come me ha dipendenti”, e poi “ci saranno da pagare le solite bollette salatissime riferite ad un periodo in cui le utenze di fatto non si sono sfruttate. Solo ad Enel Energia pago mensilmente tra le 5 e le 600 euro. Le buste paga dei dipendenti sfiorano i duemila euro al mese, a cui si aggiungono naturalmente i contributi”.

Utenze, affitti, stipendi e fornitori sono perdite dirette, “anche se ad oggi ancora virtuali ma che ammontano a circa 4 mila euro. Poi ci sono quelle indirette costituite dai mancati incassi”.

“Se moltiplichiamo l’incasso medio per il numero di giorni che fino ad oggi siamo stati chiusi – calcola la commerciante – si sfiorano i duemila euro, a cui aggiungere gli incassi disastrosi dei giorni precedenti, nei quali non girava già più nessuno anche se eravamo aperti”.

Insomma una micro-impresa come quelle delle persone che abbiamo intervistato, tra perdite dirette e indirette, fino ad oggi ha bruciato almeno 7 mila euro. Ma può arrivare rapidamente a dieci se non ci saranno adeguate misure da parte dello Stato.

“Per le attività commerciali di questo tipo, la chiusura non equivale solo a un mancato guadagno, che già sarebbe un danno enorme, ma a perdite ingenti impossibili da fronteggiare. Questa è la differenza con qualsiasi altro tipo di lavoro, dipendente o autonomo che sia”, concludono amaramente quasi in coro.

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