GROTTA SANT’ANGELO A BALSORANO, UN TESORO ASSOLUTO CHE L’ABRUZZO HA RISCHIATO DI PERDERE


BALSORANO – Mettendoci in marcia in un’afosa mattina d’agosto, sebbene il percorso sia quasi totalmente all’ombra, la salita verso l’eremo Grotta di Sant’Angelo pare un martirio, l’espiazione di una pena, ma, una volta arrivati alla meta, la fatica muta di repente fino a sembrare non già il giusto, ma il piccolissimo prezzo da pagare per ammirare uno dei più straordinari luoghi di culto e di raccoglimento spirituale che l’Abruzzo ha da offrire.

Sul monte Sant’Angelo, a Balsorano (L’Aquila), nella Valle Roveto, c’è un autentico tesoro, tesoro che con l’Unità d’Italia abbiamo persino rischiato di perdere.

Sotto l’alta parete di roccia si apre un grande piazzale e la prima cosa che vediamo è il refettorio e ospizio dei frati pellegrini, la cui edificazione del primo piano ebbe inizio attorno al 1750. Danneggiato dal terremoto del 1915 e dalle Guerre Mondiali, fu ristrutturato a partire dal 1952 e oggi è un moderno edificio di tre piani.

Tra la grotta e il refettorio, troviamo i ruderi del vecchio convento. La parete sottoroccia è detta Fuoco Comune, poiché è lì che i pellegrini nella giornata di festa accendono il falò per la meditazione.

Sulla grotta è difficile aggiungere qualcosa con le parole alla sua maestosità. È alta quasi 20 metri e profonda oltre 50. Le due scalinate portano agli altari dedicati a San Michele, a destra, e alla Madonna dello Spirito Santo, a sinistra. Al piano inferiore altre tre alteri sono stati eretti per San Giuseppe, Sant’Antoni da Padova e la Madonna Addolorata.

Il luogo, impervio e riparato, ha in sé un’aurea mistica, spirituale. La cavità rocciosa con ogni probabilità accoglieva spazi destinati al culto già dal I secolo a. C., mentre l’insediamento cristiano risalirebbe solo al secolo XI.

La prima fonte storica risale invece al 1273 quando il monastero figura come prepositura dell’abbazia di Montecassino, alla quale doveva pagare sei ducati d’oro. Del 1296 è invece la bolla papale di Bonifacio VIII che assegna il santuario alla diocesi di Sora per le pessime condizioni in cui versava a causa della usurpazioni dei signorotti locali.

Fino al 1578, data in cui diventa chiesa rurale, sappiamo solo che probabilmente era il luogo di culto più importante della Valle Roveto dovendo pagare alla Santa Sede un dazio di tredici tarì.

Dopo il 1861 e la proclamazione del Regno d’Italia la Casa dei Savoia dovette confrontarsi con il fenomeno del brigantaggio. Per contrastare i reazionari l’idea proposta fu di distruggere tutti i ricoveri montani e le grotte del centro della penisola, tra cui, appunto, la Grotta di Sant’Angelo. Fortunatamente il progetto non fu mai messo in atto.

Come detto, però, intervennero il terremoto e le guerre ad arrecare gravi danni al santuario. L’opera di ripristino fu avviata solo agli inizi degli anni ’50 grazie al lavoro dei priori succedutisi al comando, al genio civile di Avezzano e al Corpo Forestale dello Stato.

La tradizionale festa che si tiene nella Grotta di Sant’Angelo è quella dei “Fratelli in grotta” per richiedere l’indulgenza plenaria. Si tiene dal primo all’otto maggio e prevede diverse funzioni ognuna delle quali scandita dal suono della campana posta vicino l’ingresso: recarsi al refettorio, poi fuori nel piazzale di San Martino, entrare in grotta o meditare davanti al Fuoco Comune. Il giorno più importante è però il venerdì santo, durante il quale si tiene la processione notturna del Cristo Morto e la grotta viene illuminata da migliaia di candele.

L’ultima curiosità è relativa a tipici berretti che gli uomini possono indossare anche durante le cerimonie per ripararsi dalle gocce d’acqua che cadono continuamente. Essi, per rispetto del luogo sacro, sono ricavati da vecchi abiti e riportano la scritta “Viva S. Michele”.

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