IL CASTELLO DI VICALVI, LA STORIA E LA LEGGENDA DI UN GIOIELLO IN DECADENZA


VICALVI – Oggi sconfiniamo i margini regionali e andiamo a scoprire il Castello Longobardo di Vicalvi (Frosinone), posto su un colle a 590 m s.l.m. tra la Valle del Fibreno e la Val di Comino. Siamo in Ciociaria, a ridosso dell’Appennino abruzzese e del Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise, in un territorio che condivide col nostro storia e tradizioni quanto tessuto urbano del paese e le architetture militari, risalenti all’incastellamento alto medievale.

Ma non è tutto. Come vedremo anche la storia più recente mostra similitudini, che insieme a un velo di fascino misterioso arricchiscono il maniero di aurea del tutto particolare.

Le prime testimonianze del Castello risalgono all’VIII secolo, periodo in cui l’Italia era attraversata dall’invasione dei Longobardi. Qui, come altrove essi conquistarono, fu eretta una fortificazione, poi rimaneggiata e ampliata a seconda dei successivi possedimenti.

Dopo essere appartenuto al Principato di Capua, nel 1017 il castello passò sotto il controllo dell’Abbazia di Montecassino, che con l’Abate Aligerno provvide alla sua ripresa. Nel XIII secolo, invece, il possesso andò alla famiglia d’Aquino, che realizzò la doppia cinta muraria.

Dopo un’altra successione tra gli Étendard e i d’Aquino, il castello passò sotto il dominio dei Cantelmo, i quali, preferendo come loro dimora il vicino Castello di Alvito, contribuirono al suo progressivo e lento abbandono.

La struttura del castello di Vicalvi è a pianta poligonale e ha uno sviluppo molto articolato che ricorda più le fortificazioni presenti sulle Alpi che quelle appenniniche. Esteriormente la sua caratteristica principale è di avere una tripla cinta muraria, una più esterna e due ravvicinate, dove sono visibili diverse bifore oggi in gran parte murate. Agli angoli, inoltre, sono presenti torri quadrangolari, mentre il lato nord ne ospita una circolare.

A causa di lavori di restauro – fermi però da qualche anno – non è permesso l’accesso al maniero. Al suo interno si sarebbero potuti ammirare i resti di varie stanze, delle cucine e di una sala capitolare, oltre che delle cappelle che conservano le tracce di antichi affreschi. Uno di questi rappresenterebbe in apparenza una Vergine Nera, ma è probabile che si tratti solo di un pessimo restauro.

D’impatto ancor più suggestivo sarebbe il camminamento superiore delle mura, che permetterebbe una vista che spazia dal vicino Lago di Posta Fibreno alla Val di Comino, dalle cime dei Monti della Meta al Molise, oltre alla possibilità – figurandosi la vicina Linea Gustav – d’immedesimarsi nelle vedette delle truppe naziste che, durante il secondo conflitto mondiale, trasformarono il castello in un grande ospedale da campo.

A testimonianza di tale periodo resta dipinta sulle mura perimetrali una grande croce rossa su un appena percepibile sfondo bianco, diventata ormai il segno distintivo del castello.

Come ogni castello abbandonato che si rispetti, anche quello di Vicalvi è avvolto da una leggenda. Diverse sarebbero infatti le apparizioni del fantasma di una cortigiana. Si tratterebbe di Aleandra o Alejandra Maddaloni, qui vissuta nel XV o nel XVIII secolo. La donna, lasciata a corte dal marito spesso impegnato in battaglia, avrebbe consolato la sua solitudine offrendo a molti uomini una notte d’amore. Dopo la passione, però, gli amanti sarebbero stati uccisi e i loro corpi fatti sparire grazie all’aiuto di un fedele servitore.

Quando il marito scoprì i tradimenti, per via delle voci che circolavano in paese, decise di punire sua moglie in modo tanto esemplare quanto feroce, facendola murare viva in una delle torri. Da allora il fantasma della donna apparirebbe a chi visita il castello, cercando di ammaliare soprattutto i giovani per trascinarli con sé nel sua tomba segreta.

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