IN GIAPPONE AL RISTORANTE CON IL RICONOSCIMENTO FACCIALE, IN EUROPA SI POTRÀ?


ROMA – È notizia di questi giorni che in Giappone in una decina negozi e ristoranti nella città di Niigata, viene utilizzato un sistema di registrazione on line del volto e dei dati della carta di credito che permette di effettuare una transazione in un arco temporale di appena due secondi.

In Cina la catena Kfc ha iniziato ad utilizzare il riconoscimento facciale per memorizzare i piatti scelti dai clienti che abitualmente frequentano il locale, prevederne gli ordini e ottenere rapidamente giudizi sulla qualità delle pietanze.

La digitalizzazione dell’informazione e della comunicazione già da qualche tempo si basa sull’utilizzo di dati biometrici quali impronte digitali per l’avvio di dispositivi elettronici personali e il riconoscimento facciale su cui si basa un numero crescente di nuove tecnologie.

I dati biometrici – rileva Alessandro Klun, autore di diversi testi sul diritto della ristorazione – sono definiti dall’art. 4 del Regolamento Ue 2016/679 (il cosiddetto Gdpr), come “dati personali ottenuti da un trattamento tecnico specifico relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica che ne consentono o confermano l’identificazione univoca, quali l’immagine facciale o i dati dattiloscopici”.

Il potenziale legato alla gestione di tali dati è stato colto da un numero sempre maggiore di imprese per finalità commerciali, strategiche e di profilazione tramite il ricorso ad algoritmi.

Tuttavia – spiega l’esperto – il trattamento di tali dati soggiace, quanto meno in ambito Ue, a limiti rigorosi previsti dalle norme vigenti in materia di tutela della riservatezza.

In base al citato Regolamento i dati biometrici sono dati particolari all’art. 9 del Gdpr.

In base a tale norma il loro trattamento è vietato (art. 9, paragrafo 1: “È vietato trattare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”), salve le deroghe di cui al successivo paragrafo 2 , tra cui il consenso esplicito.

Ciò posto, in ambito commerciale il trattamento di dati biometrici non può che fondarsi sulla base giuridica del consenso preventivo, come già stabilito anche dal Garante per la protezione dei dati personali nel provvedimento 3132642 del 21 maggio 2014.

Ai sensi del citato Gdpr – prosegue Klun – tale consenso si intende validamente acquisito purché preventivamente e positivamente espresso dall’interessato in modo libero, specifico, informato.

Ciò significa ad esempio che nel caso di transazione effettuata con pagamento basato su riconoscimento facciale il consenso può dirsi validamente e liberamente espresso se viene concessa all’interessato la possibilità di ricorrere a sistemi di pagamento che non chiedono l’uso di tali dati.

In conclusione, l’impiego di dati biometrici per finalità di mercato e promozionali è soggetto all’osservanza di stringenti norme in materia di tutela della riservatezza dei clienti/consumatori interessati.

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