LA MURATA DEL DIAVOLO: IL LUOGO PIÙ MISTERIOSO DELL’AQUILA DOVE MI SENTO A CASA


L’AQUILA – È qui che trovo pace, qui che mi sento a casa. Così il distacco tra il luogo e lo scrivente scompare, e forse non esiste per me altro modo per parlare della Murata del Diavolo o delle Fate, le mura poligonali italiche poste sull’omonimo Fosso a confine tra i territori di Cansatessa, San Vittorino e gli Usi Civici di Arischia; un bene archeologico tanto misterioso e affasciante quanto fragile e bisognoso di un intervento di recupero.

Dai racconti degli anziani locali agli studi del Simelli e del Persichetti, alla celebre foto dell’archeologo Thomas Ashby, emerge una storia complessa che mescola dati scientifici a supposizioni e si trasforma così in leggenda. Ed è proprio in questa inesplicabilità in cui spesso mi rifugio che oggi vorrei portarvi.

Dell’originale opera muraria non rimangono che pochi tratti divisi tra il Colle di Ottone e il Colle di Busci (questi molto difficili da individuare), oltre ai resti ormai crollati rintracciabili nel fossato. Sull’Ottone sono presenti tre fila di mura quasi parallele, di cui quella posta più alto e meglio conservata, presenta una lunghezza di circa quaranta metri.

La fattura di questa cinta evidenzia una lavorazione più accurata delle altre, tanto da far ipotizzare due tempi di costruzione, la prima italica e la seconda romana (Persichetti). Ed è proprio negli incastri perfetti tra gli enormi massi che nasce la leggenda: mura così – si diceva – solo le fate o i demoni potevano costruirle.

Le altre cinte murarie sono più grezze e, al momento, difficili da raggiungere per via del terreno scosceso e dell’assenza di un sentiero. Diversi, ancora, sono i massi caduti nel corso dei secoli rinvenibili nei dintorni e nel fosso. E proprio attorno alla datazione c’è il secondo mistero: quando sono state costruite? Gli studiosi propongono diverse ipotesi, ma tutti concordano per un periodo compreso tra il VII e III secolo a.C.

A testimoniare tale interesse scientifico, come ci ricorda Giuseppe Curio nel suo La Murata del Diavolo (2017) – il primo testo tornato a occuparsene dopo decenni di silenzio –, citiamo soltanto i primi studi di Gerhard, Guattani e Martelli, attorno al 1830, e gli ultimi degli anni ’60 del Marinangeli e del Lugli.

Oggi, tuttavia, la Murata del Diavolo sta scoprendo un rinnovato entusiasmo. Oltre a Curio, vale la pena ricordare il lavoro del compianto Giovanni Cialone, che esattamente un anno fa sulle mura pubblicava uno dei suoi ultimi articoli.

Ma non è tutto. Tanti appassionati di montagna, in forma autonoma, si stanno impegnando affinché le mura ciclopiche tornino fruibili e al centro di un dibattito scientifico. C’è chi ha ripulito i sentieri per raggiungerle, chi ha realizzato un passaggio per escursionisti più esperti lungo il fossato e chi ha persino preso a organizzare delle visite guidate in forma privata.

L’entusiasmo però non è sufficiente. A mancare, va detto, è l’interesse delle Istituzioni Politiche e Accademiche e un adeguato investimento economico. Poiché, se da un lato è necessario intervenire con un opera di salvaguardia, dall’altro c’è ancora l’ultimo e più grande mistero che solo uno studio approfondito può svelare: a cosa serviva la Murata del Diavolo? Come mai una così imponente opera in un fossato sperduto?

Anche qui abbiamo solo ipotesi. Tre le più accreditate: che fossero mura difensive di un antico insediamento prima italico e poi romano, forse di Peltuinum; che fossero mura sacre appartenenti a un’area templare; che fosse una semplice opera ingegneristica per far confluire le acque del fosso ed evitare allagamenti a valle. Il mistero, però, è tutt’altro che di facile soluzione.

Non resta, dunque, che consigliarvi come raggiungerle. Attualmente sono cinque i sentieri percorribili, tuttavia non perfettamente segnati. Oltre alla via lungo il fossato per ora sconsigliata, è possibile arrivare alla Murata dalla carrareccia che parte dal Casale del Barone in località Cilindro, da Arischia seguendo dei cartelli gialli posti dall’Ass.ne Culturale di S. Vittorino, da Fonte del Salice scendendo lungo il vicino Fosso del Diavolo e dalla recente linea tagliafuoco, dove è presente un sentiero che taglia a mezza costa il Colle di Busci.

Il tracciato ad anello proposto nella mappa è probabilmente il più facile e accessibile. Sale dal Casale del Barone e riscende verso la tagliafuoco. È lungo circa 2,5 km e si compie in un’ora scarsa.

Buon cammino, dunque! Il mistero della Murata ora vi attende.

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