L’ABRUZZO DEI LIQUORI: AD OVINDOLI LA TRADIZIONE SI UNISCE ALLA RICERCA


OVINDOLI – La passione comune per lo scialpinismo ha unito Matteo Lorenzoni, Guido Collacciani, Enerio Angelosante e Andrea Marinucci, che portavano sempre con loro un liquore da degustare in compagnia alla fine di ogni escursione, scoprendo così un’altra passione che avevano in comune.

Nasce così, nel 2014, il Liquorificio d’Abruzzo, che è per giunta il più alto d’Italia, a Ovindoli (L’Aquila), che a quasi 1.400 metri di quota stupisce non solo per i suoi impianti sciistici, ma anche per le tradizioni antiche e i paesaggi mozzafiato.

“Spesso raccoglievamo frutti o erbe spontanee, sempre nel rispetto delle norme, che la natura donava in quel momento e in quella stagione”, racconta Matteo a Virtù Quotidiane, “abbiamo allora iniziato a pensare di utilizzare ricette di zie e nonne per creare noi stessi dei liquori”.

I quattro iniziano il loro percorso con una genziana preparata con un’antica ricetta e con una liquirizia creata con radice biologica: i due liquori, non a caso, che caratterizzano più di altri l’Abruzzo.

“Erano anche quelli con cui avevamo più dimestichezza”, ammette Matteo. “Poi siamo poi cresciuti, facendo diventare la genziana barricata. Successivamente abbiamo lanciato la ratafia di visciole, che sono biologiche e vengono dalle Marche, e che si ottiene tramite l’infusione del frutto nel Montepulciano d’Abruzzo, proveniente dalla Maiella, dalla zona di Tocco da Casauria. Le visciole stanno in infusione per circa 60 giorni e poi vengono torchiate a mano, è un liquore molto intenso, corposo”.

Il liquorificio dunque punta sulla tradizione, rinnovandola ma senza stravolgerla. Qui, tra l’altro, non si usano aromi, né essenze aggiuntive, tutto è puro, i ragazzi si occupano anche della raccolta delle erbe, e tutti i prodotti che nascono con delle infusioni sono regolati e gestiti nel liquorificio stesso, tramite la naturale temperatura del locale, che va da 1 o 2 gradi in inverno ai 19 dell’estate. L’idea è quella di restituire al territorio un sapore autentico, legato alle stagioni, alla natura e alle tradizioni. Oggi il liquorificio è presente sul mercato con dieci infusi: Genziana, Genziana in Barrique, Liquirizia, Grappa alla Liquirizia, Santoreggia, Ratafia, Liquore alla Cioccolata, Liquore al Rosmarino, Nocino, Finocchietto Selvatico.

La produzione è del tutto artigianale, i processi di lavorazione seguono i ritmi della natura, senza forzature dettate da esigenze di mercato: “Proprio per questa nostra attitudine non ci interessa entrare nel mercato industriale, noi abbiamo soluzioni vinose e non idroalcoliche, ad eccezione delle erbe, ci impegniamo nel garantire solo liquori unici, frutto della nostra ricerca tra le montagne più aspre”.

“Teniamo moltissimo anche alla linea che si lega agli orti montani e alle erbe officinali e selvatiche qui coltivate, come rosmarino, santoreggia e finocchietto”, continua Matteo. “La santoreggia, ad esempio, è un’erba che ricorda il timo, i romani la usavano nelle zuppe ed era afrodisiaca: con questo liquore abbiamo vinto l’argento in un concorso internazionale a Bruxelles. Il nome deriva da ‘satiro’ e noi abbiamo deciso di ricordare nelle etichette questi legami alla mitologia o alla terra d’origine”.

Ogni etichetta, infatti, richiama un personaggio o un animale iconico e rappresentativo per le tradizioni abruzzesi: ad esempio, la cioccolata ha un legame con l’orso, simbolo del Parco nazionale d’Abruzzo; il camoscio con la genziana; il grifone – che è tipico del Parco regionale del Velino Sirente, con la genziana barricata; la liquirizia si lega alle ninfe; il drago che difende la città alla ratafia. O ancora, il bombo col rosmarino e il lombrico col finocchietto, semplicemente perché sono animali che amano quelle piante. Insomma ogni liquore si lega a una pianta che ha la sua storia da raccontare o a una tradizione millenaria che i ragazzi cercano di non far perdere, tanto nelle ricette quanto nel concept.

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