L’EREMO DELLA GROTTA DI SANT’ANGELO IN PALOMBARO, DOVE L’ARCHITETTURA RURALE ABRUZZESE SI SPOSA CON LA NATURA


PALOMBARO – Una magia incastonata in un luogo già incredibile creato dal lavorio millenario della commistione tra acqua e roccia, ecco cos’è l’eremo della Grotta di Sant’Angelo, un sito mistico che incarna insieme la spiritualità rurale e la bellezza aspra d’Abruzzo.

Siamo a Palombaro, provincia di Chieti, versante orientale della Maiella. L’eremo si trova in contrada Sant’Agata, ai piedi della Riserva Orientata Feudo d’Ugni. Lo scenario, immerso nella pace dei faggi, è pazzesco, inserito in un affaccio carsico dal quale si può godere della vista del mare.

L’area attrezzata dalla quale inizia il facile sentiero, di soli 15 minuti, per la Grotta è raggiungibile in auto.

Ci sono tavoli, giochi per bambini, una fontana e una ramificazione di altri sentieri che porta, attraverso le valli impervie fino alle vette oltre i 2.000 metri, gli antichi tratturi della Maiella che conducevano ai pascoli del Martellese e del Monte Ugni. Qui, senza possibilità d’errore, ci incamminiamo verso l’eremo.

Il caldo estivo è un già un ricordo. I dolci rumori del bosco accompagnano il passo. La scalinata è curata, semplice da affrontare. Ci siamo: davanti a noi si apre l’immensa grotta.

Dell’antico insediamento, di certo rimaneggiato più volte, non resta che la parete dell’ambiente absidale che custodiva l’altare e grandi cisterne per la raccolta dell’acqua scavate nella roccia, segno della presenza pastorale e del culto per San Michele Arcangelo che qui s’impose. La struttura religiosa era benedettina, databile tra il XI e il XII secolo, lo stile, invece, preromanico abruzzese, tipico di questo tipo di ricoveri.

Nella parete esterna è presente una cordonatura a tortiglioni, che si rintraccia anche nella piccola finestra strombata – un gioiello nel gioiello – dell’abside stessa. Ma è nell’incontro tra architettura e natura che la Grotta di Sant’Angelo trova la sua massima espressione: un connubio armonico davvero raro.

Il primo e unico cenno storico che conferma la presenza dell’eremo si trova in una bolla del 1221 di Papa Onorio III, nella quale si dichiara il possesso da parte del monastero di San Martino in Valle, a Fara.

Con la conquista del territorio da parte dei Romani, la grotta, da luogo di culto italico, divenne un tempio dedicato a Bona, dea della fertilità. E tradizione vuole che le donne, per invocare la sua protezione, venissero qui in processione per bagnare i seni nelle acque sorgive che sgorgavano dalla roccia ed erano raccolte nelle cisterne.

Il culto della Dea fu sostituito, con l’avvento del Cristianesimo, da quello di Sant’Agata, che aveva le stesse funzioni, per poi essere infine soppiantato dall’adorazione di San Michele Arcangelo, santo protettore dei pastori e della transumanza.

Il tempo pare fermarsi. Muovendo passi nell’eco della grotta pare possibile trovare sempre uno scorcio nuovo per scattare una fotografia. Qui la storia umana ha trovato compimento completo con il regno naturale. Non rimane altro da fare che lasciarsi invadere da commozione e profondo rispetto.

La Grotta di Sant’Angelo in Palombaro è un luogo mistico quanto concreto, spettacolare quando umile, un luogo che incarna l’essenza della vita eremitica e montana in ogni suo aspetto sacro e profano. Una meta che ogni amante dell’Abruzzo non dovrebbe lasciarsi sfuggire.

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