L’EREMO DI SAN MICHELE, IL LUOGO DI CULTO A DIFESA DEI PASTORI DEGLI ALTIPIANI MAGGIORI D’ABRUZZO


PESCOCOSTANZO – L’Area degli Altipiani Maggiori d’Abruzzo, compresi tra il massiccio della Maiella, i Monti Marsicani e il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, oltre a offrire alcuni tra i borghi più belli d’Italia come Pettorano Sul Gizio, Pescocostanzo, Rocca Pia e Roccacinquemiglia (L’Aquila) e, d’inverno, il maggior comprensorio sciistico del centro-sud, quello dell’Alto Sangro, cela tra le sue cime e le sue vallate numerosi tesori architettonici.

Oggi scopriamo l’eremo di San Michele Arcangelo.

Diversamente da quel che si può immaginare non è ubicato in un luogo isolato e inaccessibile, si trova infatti a soli 3 chilometri e mezzo da Pescocostanzo ed è raggiungibile in auto o con una breve passeggiata da centro del borgo.

È ubicato alle pendici del Monte Pizzalto e si affaccia sulla piana di Quarto Grande, in località Strada Pedicagna, sulla strada che porta al noto Bosco di Sant’Antonio. Da dove si può parcheggiare non c’è che da camminare per una manciata di minuti.

Se ne rintracciano le prime notizie in una bolla pontificia di papa Lucio III del 1183, ma è molto probabile che la sua origine sia molto più antica.

Nel 1536 la zona, nota come Sant’Angelo, veniva definita negli statuti comunali come lavatoio per le donne, per via probabilmente della vicina sorgente.

Il suo primo e importante restauro fu effettuato dalla società dei contadini pescolani addirittura nel 1598.

Del 1855 è invece la sepoltura, nel locale adibito a cappella funebre della nobile famiglia Ricciardelli, di Bartolomeo e al 1881 risale la lapide in ricordo di Giosafatte.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’eremo fu addirittura utilizzato dai tedeschi come base militare.

L’eremo è costituito da due aree scavate nella roccia i piedi di una rupe e posizionate tra loro quasi ad angolo. L’una è grande circa 13 metri ed è dedicata al culto, l’altra, minore, è di circa 5 metri e secondo la tradizione popolare era utilizzata come ricovero per i pastori durante il periodo della transumanza.

Sulla parte adibita al culto si aprono due porte, quella di sinistra porta alla chiesa, la destra alla cappella Ricciardelli. Al centro vi è una nicchia ad arco sulla quale è inciso: “Confaloniere Celeste custodiscici”.

L’interno è completamente pavimentato con lastre di pietra bianca, mentre le pareti e i soffitti sono lasciati alla ruvidezza della roccia. A separare la zona presbiteriale da quella dei fedeli c’è una balaustra, anch’essa di pietra.

La statua di San Michele Arcangelo, un tempo qui conservata, ora si trova nella chiesa della Madonna del Rosario; al suo posto però è stata posta una copia. L’area abitativa sembra una sagrestia. È composta su due piani, ed entrambi di due stanze, anch’esse ricavate nella roccia.

Davvero interessanti sono le tre piccole finestra a strombo poste tra le porte sulla facciata principale; sulla pietra bianca sono incisi tre motti: “Le leggerezze lasci leal letizia/Inimici implicati isdegna intendere/Gravati gemendo giustificatevi”.

La figura di San Michele ha ricoperto da sempre un ruolo privilegiato nella vita dei pastori. Solitamente immortalato nel momento di lotta contro il drago, metafora che incarna il male e Satana, è presente in numerose leggende pastorali ed è simbolo di coraggio, di forza. Il suo culto è legato a quello dell’acqua e alle sue proprietà salvifiche e terapeutiche.

Nell’eremo, fino alla Seconda Guerra Mondiale venivano celebrate due festività, l’8 maggio e il 29 settembre. I devoti erano soliti raccogliere un sasso nella grotta e conservarlo fino alla festa dell’anno successivo.