MORREA, NELLA VALLE ROVETO UN ALTRO PAESE CHE TRASUDA STORIA E BELLEZZA, MA…


SAN VINCENZO VALLE ROVETO – L’estate scorsa, a passeggio tra i vicoli di Morrea, una frazione di San Vicenzo Valle Roveto, scoperta quasi per caso scorgendo prima i cartelli stradali e poi facendo una piccola ricerca su internet, mi sono ritrovato assalito da un pensiero, da una paura, da un’atroce considerazione: non bastano gli investimenti a salvare tutta questa bellezza, tutta questa storia, non bastano i progetti, anche se ben congegnati, non basta una visione strategica o tutto l’impegno del mondo; serve invece amore, serve follia, serve passione, serve entusiasmo, serve, prima di tutto, la capacità di saper scorgere il bello, e sapersi ancora lasciar meravigliare; essere come bambini davanti alle novità che ci presenta la vita, anche se quelle “novità” sono ruderi, castelli, vicoli, portali che hanno una storia mai del tutto narrata, una storia che la nostra mente non riesce mai del tutto ad afferrare.

Serve educarsi a lasciarsi meravigliare, altrimenti ogni azione sarà inutile. Altrimenti non c’è speranza.

Lo so, questo scenario non è confortante. Ma, davvero, mentre scattavo la foto all’arco di San Michele dalla deliziosa piazzetta intitolata alla memoria di Giuseppe Testa, non riuscivo a capire perché fossi da solo, quel 16 agosto, a godermi lo spettacolo, l’aria fresca di altura, il volo radente delle rondini.

Non solo. Non capivo perché non fossi a conoscenza della storia del giovane Testa che, nella «Morrea partigiana, Morrea socialista, Morrea kaputt» come la chiamavano i tedeschi, non solo costituì un gruppo armato di resistenza, ma fu poi catturato, interrogato, torturato, umiliato senza lasciarsi sfuggire una sola parola sui suoi compagni, anzi ribattendo: «La vostra divisa disonora l’uomo!».

Giuseppe fu condannato a morte il 16 maggio 1944, ad Alvito. Aveva 19 anni.

Come attonito restavo davanti la casa natale di Ennio Iacobucci, tra i più celebri fotoreporter delle Guerre di Palestina e del Vietnam, figlio di due poveri allevatori che furono costretti ad affidarlo a un brefotrofio e poi a un collegio, dal quale scappò per recarsi a Roma.

Nella Capitale lavorò come lustrascarpe vicino piazza di Spagna. Poi un giorno la svolta: l’incontro con Derek Wilson, inviato Reuters per le Olimpiadi del ’60, con il quale iniziò un’amicizia e un proficuo rapporto di lavoro che portò Iacobucci a viaggiare in Europea e nel mondo. Le sue foto di guerra finirono sui più prestigiosi quotidiani: Newsweek, Time, Paris Match, New York Times, dal quale fu anche candidato al Premio Pulitzer.

Uno scoop del 1972 che sbugiardava la propaganda americana, però, diede avvio al suo declino: finì il suo matrimonio, finirono le collaborazioni internazionali. Si suicidò il 7 gennaio 1977 a soli 37 anni. Anche di lui non conoscevo la storia.

Come sorprendente è il castello Piccolomini che, apprendo da alcuni abitanti, essere privato e versare in condizioni critiche, già per i danni causati dal terremoto del 1915. Morrea, in pratica, vi si struttura tutt’intorno, ma il centro, il castello, è un vuoto, un gorgo che ingoia storia, leggende, affreschi, architettura.

A confronto del suo stato attuale pare inutile ricordare la sua fondazione sul finire del XV secolo. Inutile dire che fu edificato su un castello recinto più antico. Inutile dire che il suo ruolo, per secoli, fu strategico e decisivo per il controllo della Valle Roveto e dei confini della contea di Celano. Come è inutile, in un vuoto politico regionale, ipotizzare un futuro restauro e nuovo utilizzo per la comunità.

Come sorprende, ancora, il resto della bellezza di Morrea: i vicoli, le chiese, le scalinate, la cinta muraria, la sua storia, che neanche ho accennato, e il panorama eccezionale sulla Valle. Una bellezza che mi ha sorpreso e intristito, al pari di tante altre visite in paesi abruzzesi e non solo.

Una bellezza che provo qui a condividere, cosciente tuttavia che sia un lavoro di formazione, di educazione al territorio che manchi. È, insomma, una questione di entusiasmo – anche se so di averne espresso ben poco – e di follia.

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