“NEI PEGGIORI BAR DELL’AQUILA”, AL BAR CASTELLO SE NON SON GIGLI SON PUR SEMPRE FIGLI…

BAR GRAN SASSO

L’AQUILA – È da poco passata la mezzanotte di un lunedì qualunque di una settimana qualunque di inizio autunno. Uno di quei lunedì in cui in giro c’è poco o niente, non si manifestano neanche gli spacciatori di popper.

L’Aquila esercita la sua grande bellezza a tratti: le gocce colorate della Fontana luminosa, la sagoma del Forte spagnolo affogata nella notte, il cubo cromatico di Renzo Piano, l’arco dall’altro capo della strada. Cantieri e delimitazioni per lavori in corso sono l’altra faccia della medaglia, ma a quest’ora tutto si ferma. Non fa rumore neanche il fruscio delle foglie cadute.

Tuttavia, dalle panchine del parco, distingui nitida una chitarra classica, con intorno tre o quattro persone che a definire giovani faresti un torto ai ventenni. Basta un accordo e mezzo per capire che stanno provando a cantare De André. Non devi essere un campione di Sarabanda – parliamo del programma cult con Enrico Papi – per riconoscere “Via del Campo”.

E per un attimo via Castello sparisce tra i vicoli di Pré. Sebastiano ha chiuso il bar da poco, la sua auto è già in viaggio verso Casamaina, lì dove c’è “Zia Quinta”, il ristorante di famiglia, cucina semplice ma di qualità, a base di prodotti tipici, come vuole mammà.

Quarantadue anni compiuti, Sebastiano Cirelli gestisce il bar del Castello da ben più di una decade. Ancora prima, lavorava al bar Tre Abruzzi nei pressi delle Anime Sante, roba che bisognava aprire alle 5,30 del mattino e avere pronto lo Stravecchio ancora prima del caffè.

Il bar Castello, invece, apre intorno alle 7, ma tira avanti per tutta la giornata e la sera, fino a quando ce n’è. Tutti i giorni che Dio manda. Il che vuol dire che Sebastiano – per qualcuno San Sebastiano martire – si fa Lucoli-L’Aquila anche due volte al giorno (andata/ritorno – andata/ritorno).

In realtà, il buon Sebastiano fa molto di più per meritarsi l’accostamento con il santo, sovente rappresentato con il corpo trafitto dalle frecce: paziente, tollerante, sempre pronto ad accomodare e accogliere. Così il bar apre le porte ad avventori di ogni tipo.

Ma di questo parliamo fra un po’. Nei confronti della città vecchia, via Castello sembra quasi un esercizio di stile. Qui il Polarville, negozio di libri e dischi. Più avanti una copisteria, un negozio di fiori (chi non ricorda Michele Arciprete, musicista e fioraio storico della via, scomparso lo scorso anno), il Tofino store e, ancora più avanti, Arrosticini Divini e la cantina del Boss, a ridosso della fontana con Nettuno. Il bar Castello si trova proprio in mezzo, proprio a ridosso della via che si immette verso la Fontana Luminosa.

Fino al terremoto, molti autobus facevano capolinea e il percorso pedonale era ben trafficato, anche perché c’era a due passi la caserma della Guardia di Finanza. Gli edifici della zona nascondono segreti, gioielli architettonici e non. Di giorno, più che di notte, fai caso alla biancheria sexy lasciata a stendere al balcone del primo piano di un edificio della zona. È segno che la “Belle de jour” è tornata in città. “Se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano, e ti sembra di andar lontano. Lei ti guarda con un sorriso: non credevi che il Paradiso fosse solo lì al primo piano”.

Si diceva degli avventori: li trovi di tutte le età e di tutti i tipi. Gente arriva da queste parti, chiede un Campari, un bicchiere di vino e chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera. Un bicchiere, d’altronde, te lo fai anche a casa tua, qui si viene per socializzare, scherzare, liberare la mente. Qui c’è gente che da queste parti ha trovato moglie: come Simone Fontana che nel bar ha conosciuto la sua Rasha Lattanzi, classe 1991, arrivata all’Aquila per studiare riabilitazione psichiatrica.

BAR GRAN SASSO

“Ci salutavamo da settimane senza mai veramente conoscerci”, ricorda lei, “poi un giorno abbiamo preso la questione di petto.  La vuoi sentire una curiosità? Nostra figlia è nata il 4 agosto, lo stesso giorno di Simone. Il caso vuole che anche io sia nata nello stesso giorno di mio padre l’8 novembre”.

Mentre parliamo, entra un signore sulla settantina, con impermeabile stile ispettore Gadget. Ordina un bianchetto con fare amichevole, salvo poi avviare una filippica sulla deriva delle nuove generazioni e sulla movida violenta. “Che ci vuoi fare”, commenta un ragazzo con una Touborg in mano, “devono sempre fare i moralisti. Comunque, la cosa bella è vedere qui generazioni che hanno poco a che spartire, universi che neanche si toccano: come unico punto di incontro il bancone del bar”.

Succedono anche cose particolari, come l’endorsement inaspettato di Pietro Armenti, fondatore della seguitissima pagina Il mio viaggio a New York, che ha scelto il bar di Sebastiano come punto di appoggio per la sua incursione all’Aquila.

A maggio, durante la tappa del Giro d’Italia non potevano mancare gli striscioni celebrativi, come a dire “fermatevi, il doping è qui”. Ovviamente, il tifo era tutto per Giulio Ciccone.

Ma il bar è fatto anche di piccole grandi storie e di una clientela di persone che hanno fatto parte della nostra storia recente. Parliamo di Sciaboletta, di Giancarlo Pallotta – il gigante buono – di Bruno Turilli, appassionato di arte e di musica blues che si guadagnò anche il ruolo di comparsa nella miniserie  Padre Pio-Tra cielo e terra, con Michele Placido.

“Cerco di tenere prezzi bassi”, sottolinea Cirella, “per andare incontro agli studenti che escono e non vogliono spendere 5 euro per un benedetto Campari. Certo, poi avere un’attitudine accogliente ci attira le critiche della gente bene, quelli che fanno finta di dimenticare che a creare caos in centro è l’eccessiva liberalizzazione delle licenze. Se in pochi metri quadrati permetti l’insediamento di 50 locali, poi non possiamo prendercela se le cose vanno fuori controllo”.

Poi magari si fa anche i conti con i botellón improvvisati con bambinello e gin tonic da pochi euro, con le bottiglie prese alla Lidl. Ma la musica è la stessa per tutti e gli animi si scaldano anche in altre parti del centro storico. Succede ovunque, De Andrè lo sapeva bene e diffidava dai benpensanti facili al giudizio: “Capirai se li cercherai fino in fondo,  se non sono gigli son pur sempre figli…”.