PESCA DI SAN SALVO, ECCELLENZA ITALIANA DAL FUTURO IN PERICOLO. TORRICELLA: “LO STATO INTERVENGA CON SOSTEGNI STRUTTURALI”


SAN SALVO – “Abbiamo il miglior prodotto del mondo ma ne abbiamo poco. La produzione della nostra cooperativa si è rimpicciolita, eravamo quelli che aprivano il mercato europeo con le nostre primizie estive, ora lo fanno altri. Di anno in anno gli ettari a frutta si vanno ridimensionando, siamo allarmati da questa situazione, temiamo di sparire. Occorre tornare a lavorare in campagna senza la paura di diventare poveri”. Nicolino Torricella, al sesto mandato come presidente dell’Euro-Ortofrutticola del Trigno, azienda leader del settore nel centro-sud Italia con sede a San Salvo (Chieti), è uno che ama parlare chiaro. E con passione.

Incontrato da Vq mentre entra nel vivo la stagione della “Pesca di San Salvo” – eccellenza italiana riconosciuta anche all’estero ma non tutelata né valorizzata da altro marchio di qualità se non quello garantito, qui in Euro-Ortofrutticola del Trigno, dal sistema di coltivazione con lotta integrata, metodo di produzione sostenibile e a basso impatto ambientale – Torricella si dichiara “pessimista sulla questione redditività che di giorno in giorno marginalizza l’utile per l’agricoltore”.

Ma si dice anche “ottimista” per le potenzialità che rendono unica l’agricoltura italiana, “la più efficiente d’Europa, la più ricca di biodiversità e di cultivar autoctone: un patrimonio non replicabile da nessuna altra parte del mondo e che potrebbe fare la fortuna del Belpaese, eppure….”.

Torricella, peschicoltore di vecchia data, è da quindici anni alla guida dell’organizzazione cooperativa che riunisce settecento piccoli produttori ortofrutticoli della splendida Vallata costeggiata dal fiume Trigno, tra Abruzzo meridionale e basso Molise costiero. Oltre mille ettari complessivi per l’ortofrutta con vendita all’ingrosso e al dettaglio. Pesche per il 40% della produzione, ma anche carciofi, asparagi, zucche invernali, vino e olio, e in fase di intrapresa nocciole per il progetto Ferrero Italia.

Sorta nel 1970 (lo scorso anno il primo mezzo secolo di attività salutato senza festa sociale causa pandemia) per l’esportazione della frutta estiva, la Eurofrutta di San Salvo si è posizionata fin dall’inizio tra le aziende italiane leader nella commercializzazione di pesche, nettarine, albicocche, ciliegie coprendo con la stagionalità del prodotto fresco precoce l’intero periodo da maggio a fine agosto, prolungando poi la stagione con le medio tardive “settembrine” e “ottobrine” sempre più richieste dai mercati. Produzione di nicchia in confronto alle altre ma di gran qualità e massimamente destinata ai mercati ricchi ed evoluti di centro e nord Europa, con una nicchia di prodotto espressamente classificato bio, mentre giusto il 10-15% venduto a grandi catene della gdo nazionale.

Di pesche, prodotto principe della cooperativa sansalvese il cui consumo e coltivazione pare abbiano attecchito localmente solo nelle prime decadi del ‘900 prestandosi poco alla conservazione, si contano decine di cultivar che meglio si sono adattate al territorio locale di tipo centro mediterraneo. Analogamente le nettarine (pesche noci), la pesca platicarpa, piatta o tabacchiera (chiamata anche “ufo” per la forma particolare ) e le albicocche, varietà che arrivano a maturazione progressivamente coprendo tutta la stagione passato ferragosto.

Si tratta di piante di origine spagnola o di derivazione californiana come i nomi che portano: Early may crest, May crest, Super red, Spring belle, Big top, Royal gem, Rich lady, Indipendence e simili

“Varietà che hanno attecchito magnificamente nel nostro terroir grazie all’interazione unica tra microclima e fertilità del terreno di tipo alluvionale. Terreno sciolto e drenante che non accumula riserve idriche nel periodo invernale, perciò l’apporto estivo della diga di Chiauci (Is) è determinante per il buon esito della coltivazione” aggiunge il direttore commerciale della coop, Nicola Di Lello, produttore a sua volta di cereali e olive sul territorio.

“La nostra vallata aperta sull’Adriatico e con la Maiella alle spalle che ripara dalle gelate primaverili è una zona molto vocata” conferma Torricella. “Qui la produzione della pesca ha incontrato il microclima ideale, venti freschi dai Balcani e venti caldi di libeccio dal sud e dal Tirreno, un fenomeno che si addice molto alla delicatezza della coltivazione, ne favorisce un grado zuccherino più alto, in questo modo oltre a risultarne un frutto più appetibile la tenuta sui banchi di distribuzione risulta maggiore. Si tratta di una pianta che richiede fasi di lavorazione manuale fatta di lunghi turni di lavoro specializzato, si inizia alle quattro del primo mattino e si termina al tramonto”.

Accade però che ormai i prezzi alla produzione non coprano più i costi di gestione, ciò ha fatto si che dal tetto dei 230mila quintali prodotti negli ultimi anni si sia scesi a 60mila quintali, un calo progressivo stagione dopo stagione.

Ridimensionamento dovuto alla mancanza di manodopera specializzata necessaria nelle fasi di potatura, diradamento e raccolta, passaggi in cui nulla è meccanizzato, fa notare Torricella: “Su un brindillo (ramo giovane della pianta, ndr) non puoi lasciare più di 4-5 frutti, c’è bisogno di manodopera qualificata e tempestiva, quindi onerosa. Negli ultimi anni tutto questo non ha coinciso con la redditività delle coltivazioni”.

Redditività agricola sempre più marginale, avvento dei prodotti extraregionali e poi esteri, un cocktail esplosivo per quel segmento molto speciale dell’agroalimentare rappresentato dall’ortofrutta estiva, continua il presidente.

“Finché classificati Sud Italia, fino a venti anni fa, siamo stati considerati zona di produzione particolarmente vocata per le primizie, aprivamo la stagione del mercato europeo, dopo di noi arrivavano i romagnoli e poi i siciliani. Poi il modo è cambiato, la coltivazione della pesca è scesa verso il Metapontino, San Ferdinando di Puglia (Bt), Piana di Sibari (Cs), noi a San Salvo e poi la Romagna. Abbiamo perso punti, siamo passati dalle varietà precoci alle medio tardive, specialità dei mercati siciliani e calabresi. Oggi i clienti storici ci chiedono di allungare la stagione e noi ci proviamo. Purché non manchi l’acqua in agosto, la frutta non po’ prescindere da questo. Fino a qualche anno fa è stato impossibile, ora sembra che la diga di Chiauci garantirà il fabbisogno”.

Ma ancora, “Le zone più vocate si stanno fermando a vantaggio di prodotti esteri, Spagna, Marocco e altri paesi che non possono vantare i nostri standard di qualità ma hanno costi minori e possono spuntare prezzi inferiori sul mercato. I costi di lavorazione, confezionamento e spedizione sono altissimi, ormai insopportabili, si rischia il blocco del settore primario”.

“Vogliamo continuare a essere l’eccellenza italiana ma siamo in sofferenza con la crisi in atto, l’inflazione all’8% e i prezzi che aumentano” sottolinea Torricella. “La frutta è un bene di seconda necessità, se una famiglia può acquistare anche frutta è bene altrimenti ne fa a meno o ne acquista meno. Succede così che se non si riesce a vendere si abbassa il prezzo, è la legge di mercato. La frutta costa, il mercato ce lo racconta ogni giorno, ma quello che resta al contadino, l’anello debole di tutta la filiera, è niente. L’agricoltore è costretto alla sopravvivenza, non lo si incoraggia, non si tutelano le produzioni nazionali, non si crede in questo tipo di futuro per scarsa conoscenza della materia. Se si arriva al blocco del settore primario non ci sarà ritorno, l’agricoltura specializzata è un processo che si continua di padre in figlio e non si può improvvisare”.

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