ROCCAVECCHIA E IL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE, STORIE DENTRO STORIE NELLA VALLE ROVETO


SAN VINCENZO VALLE ROVETO – Alle volte capita d’incappare in una storia quando se ne stava cercando un’altra. Dalla frazione di Roccavivi ci siamo messi in marcia per andare a visitare il Santuario della Madonna delle Grazie, ma una volta giunti sul posto abbiamo scoperto che in quello stesso luogo, un tempo, esisteva un altro paese, l’antico insediamento detto Roccavecchia, e che il santuario oggi è il suo silenzioso testimone.

Tutto ebbe inizio quando una frana causata da piogge intense distrusse completamente il borgo portando via con sé gran parte dei suoi abitanti, era l’8 febbraio del 1616.

Da Roccavivi, la frazione più popolosa di San Vincenzo Valle Roveto (L’Aquila), si percorre per 4-5 km la sterrata di Via Parco. Dopo uno slargo e un fontanile, sulla sinistra s’incontra il breve sentiero che porta al Santuario e subito una pensilina ricorda la catastrofe.

L’impianto originale risale probabilmente al XII secolo e sorge sul sentiero che conduce, tramite il Vado di Rocca, alla Certosa di Trisulti. Lo stile architettonico è romanico, con la facciata tipica in pietra. All’interno sono presenti due navate e l’altare a muro che ospita una statua della Madonna delle Grazie.

La chiesa era intitolata a San Silvestro e Santa Maria, ma probabilmente nel XVIII secolo, a seguito della frana, fu dedicata al solo culto della Madonna delle Grazie.

Il restauro del complesso iniziò solo nel 1857 per volere di monsignor Giuseppe Montieri, vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo, e fu completato in circa venti anni, ma le sue condizioni statiche rimasero precarie. Ai danni del terremoto del 1915, si aggiunsero quelli dei bombardamenti Alleati, così tra il 1953 e 1959 furono eseguiti nuovi lavori, e poi altri nel 1990 grazie a un finanziamento della Comunità Montana. Tra gli elementi tornati alla luce, un affresco dei Santi Pietro e Paolo databile attorno al XVII secolo.

Posta di fronte la chiesa c’è la statua di un Cristo, memoriale che ricorda la frana di Roccavecchia, e tutto intorno, dove sembra snodarsi un piccolo percorso tra gli alberi, si trovano invece i resti, ormai quasi intellegibili, dell’antico borgo.

Gli eventi, così come la data esatta della catastrofe, sono stati ricostruiti tramite alcuni documenti presenti nell’archivio vescovile di Sora, come la bolla del 6 agosto 1616 che nomina un nuovo parroco al posto di don Camillo di Fede, deceduto nella frana.

La ricostruzione del paese si ebbe per volere di Filippo I Colonna, duca di Tagliacozzo, che ordinò fosse insediato più vicino al fondovalle.

Ma la tragedia, si narra, pare non arrivò improvvisa, fu invece anticipata da oscuri presagi. La storia è stata ricostruita nel 1763 dall’abate don Ermenegildo De Paulis, che parla di una disputa per i confini territoriali tra Roccavecchia e Balsorano, cui seguì una scomunica da parte del vescovo. La popolazione, però, non vi diede alcun peso, anzi “disprezzò e schernì il fulmine della scomunica”.

Inoltre, la mattina del 7 febbraio, alla vigilia della frana, un orrendo maiale irruppe in chiesa durante la messa portando scompiglio tra i fedeli e, presa la fune tra i denti, si mise a suonare la campana. Poi la bestia, così come era arrivata, scomparve nel nulla.

Insomma, storie che si aggiungono a storie, fascino a fascino, in questo Abruzzo meno noto tutto da scoprire.

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