TRA LE GOLE, INCASTRATO NELLA ROCCIA, LO SPETTACOLO DEL MONASTERO DI SAN MARTINO IN VALLE


FARA SAN MARTINO – Si attraversa una piccola insenatura che, ad allargare le braccia, puoi sfiorare da ambo i lati. È come una porta, l’accesso a un mondo che pare incantato, e fragile. La soggezione è grande come le pareti che ti sovrastano, così le grida di entusiasmo che pure senti salire dal cuore restano mute.

Poi, superato il pertugio e mostrata ai tuoi occhi l’imponenza della Valle, le antiche mura che scopri non possono che sorprendere, rapire. Il tempo diventa un soffio, tu ti senti un nulla, e resta solo la bellezza del monastero benedettino di San Martino in Valle.

La prima cosa che stupisce è la posizione, l’incastro perfetto dei resti della muratura con la parete calcarea strapiombante. Oltre la cancellata si apre un cortile limitato da un portico a tre arcate, come tre dovevano essere le navate della chiesa. Vicino ai resti del campanile al vela, oltre gli archi, deve esserci lo spazio che probabilmente fu del nucleo originario del complesso: un eremo ricavato da una grotta.

Sebbene l’accesso è interdetto (se non attraverso visite guidate), è chiaro come ogni struttura sia frutto di diverse fasi e periodi di costruzione: il portale della chiesa del XIII secolo, il campanile ristrutturato nel Settecento, gli affreschi trecenteschi e due colonnine, nella parte più antica, datate 1411.

Le origini del Monastero si perdono nel tempo, mentre certa è una fonte storica dell’829, che menziona la chiesa come appartenente al castello di Rocca San Martino e ai possedimenti del monastero di Santo Stefano in Lucania di Tornareccio, cui fu dotata da Pipino il Breve. Pochi anni più tardi, nel 844, passa invece sotto il controllo del vescovo di Spoleto e, successivamente, entra a far parte del territorio dell’abbazia di San Liberatore a Maiella.

Nel 1044 la chiesa viene donata, in punto di morte, dal conte teatino Credindeo al sacerdote Isberto perché ne facesse un monastero benedettino indipendente; ed è in questo periodo che forse il complesso inizia a crescere, tanto che, nel XII, diviene badia sotto il controllo della diocesi di Chieti.

Il declino del complesso inizia nel 1452, quando Papa Niccolò V soppresse il Monastero e lo riunì al Capitolo Vaticano. Solo nel 1789 torna a una qualche forma di autonomia rientrando nell’arcidiocesi di Chieti.

L’abbandono definitivo, però, avvenne per cause naturali. L’8 settembre del 1818, infatti, una forte alluvione colpì la zona e il Vallone di Santo Spirito fu invaso da una colata di detriti e fango che ricoprirono l’intero sito benedettino.

Il Monastero e la chiesa tornarono e rivedere la luce solo quasi cento anni più tardi, nel 1891, grazie all’iniziativa popolare degli abitanti di Fara, coadiuvati dalla commissione dei Monumenti Nazionali della Provincia di Chieti, che avviarono una campagna di scavi archeologici.

Ulteriori frane e smottamenti coprirono di nuovo il complesso e dobbiamo arrivare ai giorni nostri, con gli scavi iniziati nel 2005 e finiti nel 2009, perché tutti i resti della struttura fossero finalmente svelati nella loro straordinaria bellezza.

Ad arricchire il fascino dell’Abbazia di San Martino in Valle vengono in soccorso due leggende. La prima vuole che fu proprio San Benedetto in persona a fondare del monastero, la seconda, che ad aprire il varco d’accesso per raggiungere il luogo originale del cenobio, fu San Martino Eremita, che si sarebbe fatto largo nella roccia solo con la forza dei gomiti.

Proseguendo poi lungo il sentiero attraverso le valli di Santo Spirito, di Macchia Lunga e Cannella è possibile raggiungere alcuni siti come la Grotta dei Porci, la Sala del Monaco o la Grotta dei Diavoli e persino arrivare, con uno dei dislivelli maggiori dell’intero Appennino, sulla vetta del Monte Amaro, il tetto della Maiella.

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