VIAGGIO INSOLITO A PIZZOLI, TRA LE BELLEZZE, LA STORIA E I SUOI SEGRETI


PIZZOLI – I luoghi sono come le persone: hanno un aspetto esteriore, una bellezza visibile, e uno interiore, un’anima solo percepibile. I luoghi, poi, come le persone hanno i segreti, ed è scoprendo quelli che più si può conoscere la loro vera essenza.

Pizzoli (L’Aquila), uno dei pochi comuni d’Abruzzo in continua crescita demografica, non fa differenza: ha i suoi monumenti, ha un territorio naturale straordinario che include il Monte San Franco nel Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, ha una storia millenaria, così a ridosso del teatro e dell’anfiteatro romano di Amiternum, e ha i suoi segreti, che lo rendono magico e che oggi vi portiamo a scoprire.

Se pensiamo a Pizzoli, la prima cosa che ci viene in mente è il castello Dragonetti de Torres, che domina con eleganza sulla valle e sull’abitato. Progettato nel 1622 dall’architetto Pietro Larbitro sui resti di un’antica fortezza, della quale resta visibile la torre pentagonale di epoca normanna, l’edificio gentilizio prese a essere chiamato castello per via delle torrette di avvistamento che ne caratterizzano l’aspetto.

Sebbene la struttura sia privata, non è insolito che vi vengano organizzati eventi, grazie ai quali è possibile ammirare l’eleganza degli interni.

Delle numerose chiese che arricchiscono le frazioni e il capoluogo, come la chiesa ottagonale di Santa Maria dell’Ospedale, Santo Stefano a Monte o Sant’Antonio Abate, in località Vallicella, una è l’architettura religiosa di cui vogliamo raccontarvi, la più antica del territorio, il complesso abbaziale di San Lorenzo Martire.

L’edificio oggi è inagibile a causa dei terremoti del 2016-2017, ma la cripta di sepoltura del Santo e gli affreschi risalenti al XII e al XVI secolo, tra cui quelli del Perrozzo da Teramo nella sala Equiziana, dimostrano l’immenso valore storico e sacrale. In questo luogo, del resto, fu lo stesso Sant’Equizio, uno dei quattro patroni dell’Aquila, a creare nel V secolo d.C. il primo luogo di culto e il movimento monastico equiziano.

Soprattutto, però, a destare grande interesse è la storia delle reliquie dello stesso Sant’Equizio. Rimaste sepolte per mille anni, furono inumate nel 1461 dopo il terremoto e trasportate l’anno successivo nella Collegiata di San Lorenzo intra moenia, all’Aquila, per propiziare la città martoriata dal sisma. Nel 1703 con il nuovo terremoto trovarono nuova ubicazione nella chiesa di Santa Margherita, parrocchia dei pizzolani in città. Solo nel 2009, ancora a causa del sisma, le reliquie tornarono nell’abbazia, dove ora attendono che l’antica dimora sia, ancora una volta, ricostruita.

Sebbene i tanti terremoti abbiamo stravolto l’urbanizzazione originaria del territorio, ci sono ancora posti dove è possibile perdersi, o forse ritrovarsi, tra vicoli, archi e fontane. È il caso di Cavallari, interamente ricostruito dopo il 1703 e sede del premio letterario omonimo. Si tratta di un intrigo di stradine, ognuna delle quali dalla campagna converge verso la piazzetta centrale. Gioiello indiscusso è la chiesa dei Santi Proto e Giacinto, posta al margine sud del borgo.

Anche le varie contrade di Marruci o le ville di Pizzoli conservano però scorci notevoli. Il più sta nel persuadersi che il bello di un luogo – come di una persona – sta nello spirito di chi osserva; solo così si possono notare dettagli di origine longobarda, fontane che hanno ospitato per secoli la vita di comunità o palazzi nobiliari, come il Mascetti, che custodiscono la fierezza della storia passata.

Le vicende di Pizzoli sono indissolubilmente legate, inoltre, a quelle di una famiglia che ha segnato col suo talento letterario e impegno politico il corso del Novecento, i Ginzburg. Leone e Natalia, sotto il fascismo, qui furono mandati in confino per tre lunghi anni.

Fu un periodo difficile per persone di una certa cultura che si ritrovarono catapultati nella campagna appenninica più aspra, ma fu poi Natalia a riconoscere, tanti anni dopo, che in fondo quello fu “il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so”.

Oltre alla biblioteca comunale “Leone e Natalia Ginzburg”, che contiene tra gli altri circa 3.000 volumi donati dalla famiglia in occasione del centenario dalla nascita della scrittrice nel 2016, Pizzoli conserva un segreto, purtroppo non visitabile: la casa dove i Ginzburg dimorarono.

Nulla più che tre stanze affrescate, alle quali si accede attraverso un atrio pieno di pneumatici, il deposito di un gommista. Ma quelle pareti, garantiamo, trasudano passione, desideri, speranze, un calore familiare riservato e profondo che speriamo possa essere presto reso fruibile a tutti; perché lì è la testimonianza della nostra cultura antifascista.

L’ultimo piccolo gioiello segreto – o poco noto – che sentiamo il dovere di descrivervi è la chiesa della Santissima Croce. Sita a poche centinaia di metri dal castello, al quale apparteneva, è raggiungibile in una manciata di minuti di cammino attraverso un facile sentiero.

L’impianto è del XVII secolo, la pianta ottagonale e certo un tempo conteneva elementi di pregio ormai rimasti poco più che ruderi. Immersi nella pineta, però, qui è possibile respirare, crediamo, il vero spirito di Pizzoli, come di un essere umano possiamo dire di conoscerlo se ne abbiamo condiviso i patimenti.

Pizzoli, la chiesa della Santissima Croce e ogni edificio, ogni vicolo sono pregni della loro storia, della loro vita, un’esistenza trascorsa a lottare per rimettersi in piedi, a soffrire per tornare a sorridere, un’esistenza tenace che non può che arricchire pure quella di chi l’attraversa anche solo per un giorno.

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