AL CINEMA ZETA DELL’AQUILA “RIFKIN’S FESTIVAL” DI WOODY ALLEN


L’AQUILA – Da giovedì 13 a domenica 16 maggio al cinema teatro Zeta dell’Aquila, in via Rodolfo Volpe a Monticchio, Rifkin’s Festival di Woody Allen.

Mort Rifkin ha male al cuore da quando ha lasciato New York per accompagnare la moglie a San Sebastián. L’occasione, che farà la consorte ladra, è il celebre festival internazionale del cinema. Tra cocktail e proiezioni, il carosello festivaliero accelera la crisi in cui versa la coppia. Fermi a un bivio da troppo tempo, Mort e Sue non si intendono più. Lui, ex professore di cinema, prova a scrivere il romanzo della vita, lei, press agent, si lascia sedurre da un regista francese vanesio convinto di risolvere con l’arte il conflitto israelo-palestinese. A complicare le cose si aggiunge una cardiologa cinefila che cura l’ipocondria di Mort e lo risveglia dal torpore. Menzogne, tradimenti, conquiste, scacchi, la materia perfetta da discutere col proprio psicologo…

Il cielo sopra San Sebastián non smette di passare dall’arancio solare al nero dei temporali, che depositano sulle montagne attorno nuvole di ogni sorta di blu.

Sfumature e passaggi di colori che farebbero la gioia di poeti e pastori e hanno fatto quella di Vittorio Storaro, direttore della fotografia e complice storico di BertoluccI, Coppola… e Woody Allen.

Quarto film insieme, Rifkin’s Festival è stato girato nella rinomata località basca, una grande stazione balneare d’antan, una baia a forma di conchiglia affollata di turisti e fanfaroni che bevono birra, divorano polpi e masticano cinema col pimiento de Padrón. Il décor perfetto per l’eterna ricerca esistenziale di Woody Allen, che regola i suoi conti da lontano con l’establishment americano.

L’intrigo, un ménage a quattro che il regista governa con piglio e senza preoccuparsi di deviare da una trama convenzionale, fa fuoco sul positivismo guerriero di Hollywood (anche se rappresentato da John Ford a Howard Hawks) e manda un messaggio preciso agli autori europei sedotti dalle sirene degli studios e indifferenti alla loro eredità (Fellini, Truffaut, Lelouch, Godard, Bergman, Buñuel…). Come Philippe Germain, astro nascente del cinema francese, che ha capito tutto e trovato addirittura con un film la soluzione al problema israelo-palestinese. Ed è soprattutto contro il narcisista Philippe di Louis Garrel, che coltiva l’autoderisione alla faccia di chi lo considera sprezzante, che si concentra il biasimo del protagonista, bilioso, ipocondriaco ma sempre lucido contrappunto alle sue derive “artistiche”.

Wallace Shawn, attore ricorrente nella filmografia di Allen, da Manhattan a Radio Days, passando per Melinda & Melinda, è lo straordinario avatar del regista che si ritrova più danneggiato in fondo al film di quanto lo fosse all’inizio. Non è la prima volta che l’autore newyorkese consegna il suo personaggio a un altro attore, lo aveva già fatto con Larry David (Basta che funzioni) e Kenneth Branagh (Celebrity), o lo reincarna in una versione più giovane, Jesse Eisenberg (Café Society) o Timothée Chalamet (Un giorno di pioggia a New York), che riprendono in mano la sua giovinezza e i suoi desideri, scivolando nel maschio newyorkese che Allen aveva sviluppato dal giorno in cui si attribuì il ruolo principale. Shawn si assume il peso apportando una rotondità bonaria all’ironia “sottile” di Allen e confermando che ogni tourbillon o affanno è schermo all’inaffrontabile idea della morte, incarnata per l’occasione da Christoph Waltz. Più spermatozoo col paracadute alleniano (Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…) che Bengt Ekerot bergmaniano (Il settimo sigillo), dispensa consigli per vivere più a lungo piuttosto che ricordare alle persone che devono morire. Perché nell’ultimo film di Woody Allen anche la Morte è stanca di giocare a scacchi con la vita.

Al fine di rispettare le restrizioni e le norme in merito al contenimento dell’epidemia da covid-19, è necessario prenotare via email all’indirizzo organizzazione@teatrozeta.it o telefonando ai numeri 0862-67335 o 329-7488830.

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