MANIFESTO DEGLI STEREOTIPI DI GENERE NEL LIBRO DELLA GIUDICE PAOLA DI NICOLA


L’AQUILA – Oltre il 70 per cento delle donne che subiscono violenza maschile rimangono immobili per mezzo della tanatosi, una reazione del corpo e della psiche comprovata da studi scientifici. Nelle aule di giustizia tuttavia si continua a chiedere alle donne vittime di violenza maschile perché non abbiano urlato durante lo stupro.

Questo è solo uno dei tanti argomenti denunciati e sviscerati durante l’incontro con la giudice del Tribunale Penale di Roma, Paola Di Nicola, autrice del libro La mia parola contro la sua edito da Harper Collins.

L’evento promosso dal Centro Antiviolenza per le donne dell’Aquila è stato organizzato in collaborazione con il Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila e con il patrocinio dell’Università degli studi dell’Aquila.

Nell’aula magna del Dipartimento di scienze umane hanno partecipato come relatrici l’avvocata Simona Giannangeli, presidenta del Centro Antiviolenza e l’avvocata Clorinda Delli Paoli, presidenta del Comitato Pari Opportunità.

Un incontro di altissima valenza sociale, il tassello significativo di una grande battaglia contro la violenza e le discriminazioni di genere.

Il saggio della giudice è senza dubbio un manifesto contro gli stereotipi di genere e il sessismo, un’analisi attenta e puntuale sulla storia collettiva delle donne, sui pregiudizi che la nostra società ha interiorizzato, pregiudizi volti a neutralizzare la donna e a perpetuare una sudditanza e una discriminazione di genere radicati purtroppo in ogni settore, compreso quello giuridico.

Con la sua attività di magistrata, Paola Di Nicola ha deciso di affrontare il problema a partire dalle aule di giustizia con la volontà, ribadita anche durante l’incontro, di segnalare al Consiglio Superiore della Magistratura tutte le sentenze che violano la Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

“Il motivo per cui molte donne non denunciano la violenza maschile risiede nella mancata fiducia nei confronti dello Stato, del suo sistema giudiziario, delle forze di polizia, nel timore dell’impunità dell’autore del reato” afferma la giudice che nel libro scrive: “Se alla vittima di una violenza sessuale sono rivolte domande del tipo ‘Come ha reagito? Come era vestita? Aveva bevuto?’ automaticamente viene introiettato il pregiudizio che la vittima abbia avuto una qualche forma di responsabilità nella commissione della violenza patita per i comportamenti tenuti e il processo proseguirà con una sequela inarrestabile di domande su di lei, tanto da trasformarla nella persona da giudicare; l’imputato vero scomparirà fino all’assoluzione”.

Una battaglia contro i pregiudizi che inizia dalle parole perché contano, perché è dietro le parole che si cela il pregiudizio, usare il femminile è rendere giustizia alla sostanza oltre che alla forma perché “la lingua è un luogo di rappresentazione del potere – afferma la magistrata  – ciò che si nomina esiste, la non accettazione del femminile si determina soprattutto in ruoli e ambiti di prestigio, come la magistratura”.

Non a caso, digitando sul pc magistrata, oppure avvocata, il correttore automatico sottolinea di rosso la parola come se fosse un errore. La stessa cosa non accade per mansioni lavorative dignitosissime ma lontane dai centri di potere, come cameriera, commessa, parrucchiera, solo per fare qualche esempio.

Non tutti sanno, come è riportato nel libro, che nel nostro paese esistono dal 1987 le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” redatte dalla linguista Alma Sabatini per incarico della Presidenza del Consiglio dei ministri e per la Commissione nazionale per la Parità e le Pari opportunità tra uomo e donna. Le “Raccomandazioni” hanno un valore istituzionale, scrive la giudice Di Nicola, ognuno di noi avrebbe dovuto adeguarvisi da decenni ma pochi lo fanno.

Le parole hanno un peso nelle denunce alle forze dell’ordine che quasi sempre definiscono “liti familiari” quelle che in realtà sono manifestazioni inequivocabili di violenza tra le mura domestiche, le parole hanno un peso nei processi dove a rimanere sullo sfondo è di solito il violentatore mentre la vittima viene bersagliata di domande capziose, irrispettose, inopportune.

“Quello che balza agli occhi, nel consultare le leggi con cui noi magistrate e magistrati ci troviamo a lavorare, è l’assenza dell’unica parola importante: consenso – scrive la Di Nicola nel suo libro – . Non si tratta della disattenzione di legislatori poco accorti, è una scelta precisa, una scelta culturale. Se le norme centrassero il reato sulla volontà della vittima, appunto sul suo mancato consenso al rapporto sessuale, si romperebbe una storia millenaria che attraversa i codici e i libri sacri”.

Un testo che dona consapevolezza sulla necessità di indossare le “lenti di genere” con le quali, ha detto l’avvocata Giannangeli, “ho guardato il mondo, ovvero ho iniziato a ‘vedere’ la realtà, da quando avevo 16 anni. Mi ero accorta del fatto che, pur esistendo il genere maschile e il genere femminile, il mondo era detto e raccontato solo con la lingua degli uomini”.

“È stato un viaggio incessante e faticoso, per ritrovare la parola delle donne che mi avevano preceduta e declinare il mondo a partire da me – ha continuato la presidenta del Centro Antiviolenza dell’Aquila – . Si compie lo stesso oscuramento culturale sulla violenza maschile contro di noi, violenza maschile che punisce la presa di parola delle donne e la rivendicazione del nostro diritto all’autodeterminazione. Diventa, allora, fondamentale usare la ‘nostra’ voce nel mondo e praticare sorellanza, intesa quale relazione di riconoscimento tra donne, unico collante universale contro il patriarcato ed il maschilismo che riaffermano continuamente ‘potere’, usando la violenza”.

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