RABDOMANTICA IN TOUR, TAPPA A COLLEBRINCIONI PER IL VIAGGIO TEATRALE NEI BORGHI


L’AQUILA – Virtù Quotidiane ospita il “Diario di un viaggio” del progetto R(abd)omantica dell’associazione I Guastafeste che sta portando laboratori teatrali in diversi borghi dell’entroterra abruzzese.

R(abd)omantica 2021- In Tour- Diario di un Viaggio
Collebrinicioni 27/28 ottobre 2021

Il nostro viaggio inizia da qui, da un paese situato a pochi chilometri dall’Aquila. Abbiamo voluto che iniziasse da qui per vari motivi, non ultimo il fatto che due anni fa, dopo uno spettacolo sulle gradinate “De Silucchinu”, era il 3 agosto, ci lasciammo con delle idee progettuali rimaste in sospeso. Avevamo ragione a voler iniziare da qui e siamo stati fortunati.

La frazione di Collebrincioni, Collerinciù, quando la raggiungi sembra un piccolo traguardo. Sarà perché quando ti avvii, con la macchina, dalla rotonda di S. Francesco e inizi la salita verso la montagna, il mucchio di case popolari non ti fa presagire una fuga dal paesaggio cittadino e allora ti lasci portare e solo dopo un tratto realizzi che non puoi far altro che lasciarti rapire dal tempo. Ci starebbe bene una rocca a Collebrincioni, un castello. Il paese emerge da una strada immersa nella vegetazione che segna una distanza netta dalla città. Poche spaiate costruzioni lungo il tragitto ti dicono chiaramente il legame col mondo. Sembra lo facciano per rassicurarti. Per strada ci fanno l’occhiolino volpi, istrici, animali selvatici, una coppia di grifoni ci osserva dall’alto. La sorte vuole che si concilino le volontà e le necessità, così partiamo con la prima data del progetto a fine ottobre. Come arriviamo capiamo che il tempo non è passato, ritroviamo la stessa accoglienza conosciuta, la battuta di sempre, la stessa ironia, mascherata da un silenzio scettico per la nebulosa di pensieri che sempre addensano le proposte, così come puntuali scrosciano le domande. Sono domande fatte di petto, con voce tonante, e chi parla ti guarda fisso negli occhi.

R(abd)omantica 2021? – In Tour-? e che sarebbe? Ci tengono e ponderano. Bene!

Collebrincioni è un paese che ne ha passate tante. Una strada lo taglia a mezzo, dal basso verso l’alto, ancheggia per la piazza, fa una gincana e fugge via. Tu di passaggio vedi una fontana, una chiesa, un palazzo signorile e poi ce l’hai alle spalle. No, no. Devi tornare indietro e fare il tuo dovuto scalo al punto di sosta, al punto di posta. Come entri dall’ennesima curva, più dolce delle altre, nel paese, salendo sulla sinistra facci caso, vedi una costruzione con tettoia bassa tutt’intorno, che a prima vista la rende un po’ schiacciata. Non lo giudichi un bar anche se dentro il servizio bar c’è e il barista è un traghettatore nelle storie di vita quotidiane. Sta dirimpetto a un campo da calcetto in ottimo stato. Quello è “Il Circolo”. Primo punto di contatto, è l’occhio, il baricentro, la vedetta, il faro, centro di informazioni e smistamento, imprescindibile centro di aggregazione, cabina di regia, e di comando per la navigazione di questo paese navigante quando sormonta le nebbia che si addensa a valle. Sono tutti lì o quasi i maschi del paese a giocare a carte in questo centro di condivisione e fusione di età e vite, le donne nelle case. Ma non è una divisione netta di spazi, parlando scopri e vedi che quel centro è proprio di tutti ed è lo snodo per prendere tutte le decisioni: dalle serate goliardiche alla gestione di aspetti più complessi. Quando ci invitano ad entrare la cosa si fa seria, sulla sinistra una porta dà accesso all’ufficio, scendendo le scale si va ad una sala lettura adibita a più funzioni. “Quesso lo semo fatto tutto nojatri” si respira l’orgoglio di avere una casa. La vita comunitaria in condivisione è fortissima.

Oltre il direttivo del Circolo si sono attivati anche i giovani per realizzare il progetto ma ci lasciamo con un’incognita circa la risposta dei “saggi” al nostro invito al racconto. Quello che sembrava semplice e scontato per un attimo assume una connotazione diversa. Andiamo via con un’adrenalina nuova, che non conoscevamo ma fiduciosi.

A Collebrincioni ci sono in pratica due cognomi e tutti o quasi si chiamano allo stesso modo. Non è mancanza di fantasia ma è la moltiplicazione fiera di una matrice importante, la semplicità ha avuto la meglio sulle cose del mondo, quasi una concezione linguistica vicina all’inglese. Loro riescono a ricondurre i nomi ai giusti soggetti, le azioni alle persone che l’hanno compiute, per chiarire aggiungono un soprannome che è d’obbligo, vogliono aiutarci, ma lì si apre un mondo.

Il giorno seguente sabato 27 arriviamo puntuali al Circolo, ci hanno assicurato che fino ad una certa ora non giocheranno a carte ma il clima è mite e si respira un po’ di curiosità circa quello che andremo a fare che, nonostante le dovute spiegazioni e la semplicità sostanziale di tutta l’operazione, forse non a tutti è ancora proprio chiaro. Angelo il presidente oggi è rilassato, ha il volto disteso, possiamo parlare con Maria, ha 94 anni, e la cosa più bella è che possiamo andare a casa sua, ci accompagna.

Maria abita dietro al Circolo e oltre a lei ci sono sua sorella Fausta e Sesta. Non è un’intervista quello è vero e proprio teatro. Ad ogni spunto si illuminano. Mi sorprendono la loro pulizia gestuale, emotiva, linguistica. I loro racconti sono precisi, i ricordi nitidi, e dopo ogni ricordo ognuna vorrebbe aggiungere qualcosa al racconto delle altre. Arriva una chiamata: ci sono altre persone venute per noi al circolo! Dobbiamo andare. Prometto che torneremo. Al circolo sotto la tettoia capiamo subito che non sarà facile, i tavolini si sono popolati di frenesia, è ancora sabato, il linguaggio delle carte ha regole precise, non lo puoi limitare, non lo puoi sacrificare e noi siamo lì proprio per respirare quell’atmosfera viva, anche se stiamo stabilendo un’intimità con persone che incontriamo per la prima volta.

È chiaro da subito con quanto amore chi è venuto a raccontare compia quel gesto. Mi rendo conto che nella loro idea sono venuti a portare non dei racconti delle epoche passate ma delle “testimonianze”. Ci siamo seduti anche noi attorno a un tavolino. Smith sta in una terra di mezzo a un tavolino di distanza sia da noi che da chi sta giocando. I Saggi all’inizio spiegano. È chiaro che sono mondi lontani quelli che si stanno ricucendo, irriconoscibili, con punti di riferimento totalmente saltati. Poi poco a poco nascono dei racconti, le elezioni del ’48, i chilometri fatti a piedi o con l’asino per prendere un po’ d’acqua, cosa si mangiava, il pudore prosciugato nel cuore a ripensare a chi non aveva nulla, ma proprio nulla e il non riuscirlo a nominare, gli scherzi fatti a quelli dei paesi vicini, la vita con gli animali, per chi li aveva! Sono ordinati e pazienti, aspettano il loro turno, chi non vive in paese è tornato dall’Aquila per raccontare. Stanno però accingendosi tutti a fare un viaggio per tornare in un mondo che solo loro sanno e assicurano che è esistito davvero. Mentre lo raccontano li assale la consapevolezza che le loro importantissime storie potrebbero non sembrare credibili, la distanza dal mondo odierno, dal troppo. Si chiedono come abbiano fatto e sanno per aver nominato i fatti di un tempo che la loro capacità di resistere, la loro forza è effettivamente incredibile, anche per loro.

Solo pochi fra quanti sono venuti a raccontare ci saranno l’indomani allo spettacolo. Storia di Anna La Pazza va in scena domenica, nella sala polifunzionale del Circolo mentre dai finestroni entra fioca la luce al tramonto. Attilio ha fatto un fondale nero, alto, che crea oltre la scena il mio camerino. Ho un archetto e luci dal basso. La sala è gremita. Ho un Cercatore portafortuna nella custodia dell’organetto. Sono più emozionato del solito e lo resto fino alla fine quando in un lapsus freudiano inaspettato sbagliando un cognome macchio questa due giorni che poteva essere perfetta.

Dentro di me sono sorpreso, eppure sto ridendo, ho sbagliato il cognome di chi organizza e muove tutta questa incredibile macchina, che gaffe!

Sono estremamente grato per tutto quello che stiamo ricevendo.

Prima all’inizio, ho fatto solo un forte respiro, buttato fuori l’aria, scostato il fondale, tre passi, poi: Buonasera eh! Lì si alza un coro di risposte di cui riconosco tutte le voci, tutti i volti semi illuminati. Raccontare prende vita e diventa sempre più bello.

Rabdò

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