“TEATROVAGANTE” A LECCE NEI MARSI, LA NEVE PORTA NUOVE


LECCE NEI MARSI – Invitato dal Parco Naturale d’Abruzzo Lazio e Molise, il TeatroVagante ha raggiunto una nuova tappa tutta da scoprire. È autunno, fuori dal girone turistico dell’alta stagione, Lecce nei Marsi (L’Aquila) si rivela generosa in tutta la sua genuina ospitalità, buona lettura.

LECCE NEI MARSI, LA NEVE PORTA NUOVE

È autunno ormai e Lecce ci accoglie col freddo pungente che si fa solido sugli abiti umidi di fine spettacolo. Questa sensazione ora ha un sapore dolce per noi e porta il ricordo di una chiassosa camminata assieme a tutti i bimbi del paese che non volevano lasciarci andare e ci hanno accompagnato fino alla porta di casa, mentre ci cambiavamo. Le loro voci però ci avevano seguito fin dentro, le sentivamo ridere e scherzare nell’attesa di vederci di nuovo uscire e restituirci tutto quello per cui valga la pena fare questo lavoro. E così, tutti insieme abbiamo camminato ancora, fino al bar per portare una serenata a Maria, la moglie di Biagio, l’accogliente signore incontrato dietro il bancone che la sera prima ci ha portate dritte dritte dentro la vita di Lecce. Al nostro arrivo, la sera di venerdì, siamo uscite per la nostra perlustrazione, la prima camminata, il primo contatto con il paese. Il freddo aveva svuotato le vie e, dopo una lunga estate calda, aveva riportato la gente al chiuso. Così abbiamo deciso di partire dall’unico luogo dove a quell’ora potevamo incontrare qualcuno, il bar, e abbiamo scoperto che ce ne sono tredici.

Veniamo accolte con una ospitalità dirompente, mossa dalla gioia di avere nel paese “forestieri”, persone portatrici di storie nuove magari o semplicemente in grado di rendere una serata diversa dalle altre, speciale. La neve porta nuove.

“Stanotte ho sognato la neve” ci ha detto ad un certo punto Biagio mentre ci versava della genziana. “Cosa c’entra adesso la neve? È ancora presto. Poi vi ho viste entrare e ho capito. La neve porta nuove e siete arrivate voi!”.

Da lì, in quel bar, abbiamo cominciato ad immaginare Lecce nei Marsi, ad esplorarla, a conoscere chi la vive ogni giorni. Abbiamo saputo di Biagio che da piccolo era partito per fare fortuna, mosso da uno spirito curioso che non è di certo scomparso con gli anni, ed era arrivato all’isola d’Elba e poi da lì mille avventure che lo avevano fatto crescere in fretta. Abbiamo imparato che non puoi non conoscere Cait. Lui è l’anima delle feste, ama cantare e ballare, e tiene vivo tutto il paese. Abbiamo saputo che uscendo dal bar e prendendo quella precisa strada, avremmo raggiunto presto il paese vecchio, dove vivono poche persone e dove l’orso arriva tutte le sere. Ognuno di loro l’ha visto almeno una volta, anche i bambini. L’orso scende a mezzanotte, dicono, per mangiare. Così, uscite dal bar, ci siamo incamminate e abbiamo raggiunto una piazzetta con un fontanile. Poi i nostri passi sarebbero andati in una via piccola sprofondata nel buio ma ci siamo ricordate dell’orso e siamo tornate indietro, nella nostra casetta a due passi da tutto. Una casetta tenera, di quelle delle nonne dove il confine tra fuori e dentro pare scomparire. Augusto ci ha dato le chiavi e due buste con una ricca spesa, Montepulciano compreso.

È presto mattina e partiamo con la Chiamata, il giro che facciamo all’inizio di ogni nostra tappa per conoscere il paese e farci conoscere, per salutare e dare gli appuntamenti degli spettacoli.

Questa operazione non è stata molto complicata. Sono tutti curiosi e felici di salutarci con grandi dimostrazioni di ospitalità. Come la signora Giselda che ci chiama da lontano con la mano. E’ a far visita a suo fratello anziano e sul cancello del suo giardino condividiamo un momento denso di ricordi e racconti. Poi, poco più in là, una canzone in compagnia di due signori fa affacciare Bernardino, il barista, che ci offre il primo caffè della giornata e siamo pronte per la nostra missione. Ogni promessa è promessa e quindi bussiamo alla porta di Maria, la moglie di Biagio, per portarle una serenata da parte del marito. Ce lo aveva chiesto la sera prima, quando era lui di turno. La mattina al bar c’è lei dietro al bancone, mentre nel locale accanto, in pizzeria, c’è suo figlio.

Maria si siede sul divanetto, spegne la televisione e si prepara a godersi completamente il suo momento. Così, con un mazzolino di peperoncini rossi in mano, si consuma questo momento che di nuovo non è solo nostro, ma coinvolge qualcuno che è altrove, per l’appunto Biagio, che in quel momento è a camminare nei boschi, e sembra dirci che il dentro e il fuori sono collegati da fili, chiacchierano e creano delle stanze più grandi dove si possono sentire le voci dei bambini che corrono nelle strade e qualcuno che si ferma e indietreggia lentamente all’apparizione dell’orso e qualcuno due metri più in là che prepara l’impasto per la pizza. In ogni storia si nascondono mille storie che si infilano l’una nell’altra come in una matrioska. E da questo momento Lecce nei Marsi comincia ad aprirci, una alla volta, le porte delle sue stanze. Ognuna riporta ad altre stanze e ad altre ancora.

Pochi passi e ci ritroviamo in compagnia di Marta del Bar 84. La chiacchierata avviene attorno ad un tavolo di legno dove Marta ci racconta di come ha conosciuto suo marito Cesidio, di quando hanno aperto il bar e la storia del nome. Il Bar 84 si chiama così perché appena aperto, quando Lecce era piena di gente, Cesidio si guardò attorno e contò i presenti. Erano 84. Poi Marta ci parla della sua loro vita in questo luogo, di tutta la gente vista passare, della sua famiglia e della grande passione di suo figlio Gregory per la fotografia. Si allontana un attimo e torna con un libro fotografico che poggia con cura sul tavolo e comincia a sfogliare e a raccontare. È un libro di Gregory che raccoglie molte foto di Lecce, da lui raccolte con devozione e accompagnate da piccole didascalie.

Di certo Gregory il pomeriggio porterà sua figlia, la loro nipotina, allo spettacolo.

Siamo ancora attorno al tavolo di legno di Marta, chiudiamo il libro, ed ecco che il nostro sguardo incontra quello di Fernando che esce dal suo negozio di parrucchiere, un anziano signore con gli occhi luminosi che si muovono energici quanto le sue braccia che, con una gestualità ipnotica, ci buttano in un attimo dritte dentro il suo mondo. Così, senza accorgercene, ci ritroviamo in una stanza che ancora una volta ne racchiude mille. I muri sono pieni zeppi di foto che svelano un racconto che dura anni e anni. Dietro i ricordi di Fernando si annidano l’esistenza di un’ intera comunità. Così scopriamo il volto della sua amata Lina, che non c’è più, e scopriamo la montagna intorno a Lecce, rifugi e sentieri, e sentiamo parlare per la prima volta della famiglia Spallone. Loro hanno fatto tanto per il paese: i portici, la piscina che all’epoca non c’era neanche ad Avezzano.

Questo nome tornerà più e più volte, la stima e il riconoscimento per questa famiglia e principalmente per Mario Spallone, storico sindaco di Lecce e medico di Togliatti, è qualcosa che unisce tutti, anziani e giovani, si tramanda da generazioni.

Allo spettacolo, il pomeriggio, ci sono tutte le persone che abbiamo conosciuto dal momento del nostro arrivo. C’è Augusto, c’è Gregory con sua figlia, ci sono tutti i bambini che ci hanno inseguito la mattina, tutte le persone con cui abbiamo cantato o scambiato due chiacchiere. C’è un’attenzione molto bella, sguardi accoglienti e sorrisi. Siamo tutti lì, nella stessa stanza, per fare uno spettacolo tutti insieme. Anche questa volta i bambini non ci lasciano andare e correndo verso casa a volte si nascondono, a volte fingono di andare via. Così arriviamo a casa, e solo adesso ci accorgiamo di essere di nuovo fredde dentro i vestiti umidi gelati dall’aria. Dentro ancora noi e le voci dei bambini che visualizziamo benissimo fuori, nascosti qua e là per farci un agguato all’uscita.

La domenica mattina arriva presto e porta con sé l’ora dell’Attraversamento. Arriviamo con calma in piazza, togliendoci di tanto in tanto il cappello per salutare qualcuno. La strada principale è piena di persone, e anche i giardinetti. Intanto in piazza c’è la messa. Aspettiamo lì il nostro pubblico, accordando il cuatro e ripercorrendo velocemente con la testa e con i piedi la passeggiata che faremo insieme per il paese. Piano piano ecco arrivare le prime persone, il passaparola fa crescere il gruppo in pochi minuti e di lì a poco siamo pronti per il nostro viaggio. Ancora una volta l’attenzione e la cura con cui questa gente ci segue ci torna indietro forte e calda, rivela uno spazio collettivo, dove ci sentiamo parte della stessa storia. Percorriamo insieme pochi metri attorno ad un palazzo, un giro di case che sono dentro un altro giro di case e un altro ancora, che più sù vanno al paese vecchio dove forse a mezzanotte uscirà l’orso e più giù tornano al centro dove c’è qualcuno che sta passeggiando con noi, seppure dietro al bancone del bar, o impastando la pizza o ripescando un ricordo da una foto appesa al muro o tra le pagine di un libro, su un tavolo di legno.

La neve arriva e porta nuove.

Ci salutiamo con il paese, così, in maniere naturale e leggera. Piano piano il gruppo si scioglie e ognuno torna a casa, per il pranzo. Anche noi. Prepariamo le valigie con una sorta di gioia nel cuore che ci fa sorridere come quei bambini che per due giorni ci hanno riportato a casa ricordandoci come è bello giocare.

Prendiamo la macchina, lasciamo Lecce nei Marsi e ci ricordiamo di Castelluccio, il paese vecchio di cui abbiamo tanto sentito parlare ma che è rimasto sù, per i fatti suoi. Fuori dal paese, fuori dalle camminate, fuori dai giochi ma in qualche modo dentro le case, dentro le storie, dentro il nostro immaginario. La collocazione imprecisa e i contorni sfocati ce lo facevano somigliare ora ad uno, ora ad un altro dei tanti paesi attraversati. Un’inversione di marcia, senza parlare, ci porta alla torre custodita da gatti, belli e silenziosi, e da una gallina, che fa subito capolino da dietro un cancello. Deserto. Una coppia di mezza età cammina per le vie con un accento tedesco e poi sparisce tra le antiche costruzioni restaurate e inaccessibili. Un papà, sul muretto, studia una cartina geografica assieme al figlio, studente di geologia, tracciando col dito un percorso. Questo gesto ci dice che anche per noi è arrivato il tempo di rimettersi in cammino. Ci salutiamo e andiamo per due direzioni opposte.

TeatroVagante

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