QUAL È IL RUOLO DELLE URBANISTE E DEGLI URBANISTI NEL DIBATTITO PUBBLICO SULLE POLITICHE URBANE E TERRITORIALI?


L’AQUILA – Possiamo iniziare col dire che per dibattito pubblico potremmo intendere il confronto ampio che si svolge in maniera autonoma e diffusa nei tempi e negli spazi pubblici: lo spazio della sfera pubblica dunque. Parliamo certamente dei giornali, delle comunità intellettuali e dei social media, ma anche degli spazi della città, dei quartieri e delle stanze ipetre dove intrecciamo le nostre storie e le nostre relazioni.

La ricostruzione ci ha resi consapevoli che il dibattito pubblico c’è e deve esserci: sull’urbanità e sul patto sociale che ne deve regolare il modello di governo e sviluppo.

Ma siccome ciò che ingegneri/e architetti/e e urbaniste/i evidenziano gli elementi imprescindibili della buona tecnica non determina univocamente le decisioni della politica, è fondamentale coltivare un dibattito in cui dati, criteri e principi della tecnè vengano illustrati, discussi, interpretati.

Però da sola, tutta questa professionalità, non può andare da nessuna parte, come da nessuna parte può andare la volontà del singolo, fosse pure il decisore cittadino.

La domanda sul ruolo degli urbanisti e delle urbaniste nel dibattito cittadino odierno può partire già da un dato: in che quantità e in che qualità siamo presenti? Quanta e quale rilevanza abbiamo? La provocazione che con questo dire si intende suggerire è che non siamo.

Non siamo presenti, non siamo manifesti, non siamo coinvolti.

Marcello Vittorini parlava del ruolo dell’urbanista nella società ad una sola condizione: che fosse un’urbanistica militante.

Mancano voci di questo genere e di questa intenzione e questo mancare impoverisce il dibattito pubblico.

E allora, quale ruolo dovremmo ricoprire?

Certo è che l’interdisciplinarietà, la tran-scalarità e la multidimensionalità dell’urbanità fa sì che in un dibattito del genere occorrano altrettante professionalità: l’urbanista ha bisogno di confrontarsi con filosofi/e, sociologi/he, artisti ed artiste. La norma urbanistica deve rinnovarsi: la progettazione deve re-integrarsi, la pianificazione deve condividersi. Quando il dibattito pubblico contiene questioni che vanno al di là della competenza professionale specifica dell’urbanista, si costruisce la ricerca interdisciplinare.

Faccio riferimento alle molteplici questioni che in questo ultimo lustro non hanno incrociato né il dibattito cittadino, men che meno quello insieme all’urbanista.

Scegliere di non progettare e di non pianificare coincide con la volontà di non lasciar nascere né crescere il dibattito e la sfera pubblica. E non valgono questi monologhi.

La domanda sul ruolo dell’urbanista può poi intendersi in un’accezione normativa: quale ruolo dovrebbe avere?

Esistono a tal proposito per lo meno 2 linee di riflessione: in una la conclusione è che l’urbanista debba preoccuparsi solo del dato tecnico e lasciare alla politica il dibattito pubblico; nell’altra, quella che si intende affrontare in questo articolo, la legge morale da seguire è quella per cui l’urbanistica sia militanza o non sia.

L’idea per cui l’urbanistica sia solo tecnica, che sia solo dibattito interno sui propri obiettivi, per cui si prescrive che i limiti di competenza disciplinare impongano di non affrontare le questioni che sono al di là dei propri strumenti e del proprio settore, semplicemente non esiste. L’urbanista deve stare nella politica, perché si occupa della città. Quirino Crosta

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