TROPPO MONTEPULCIANO, L’ABRUZZO DIVISO FA DIETROFRONT SUL BLOCKAGE: “MA ORA BISOGNA DECIDERSI”
PESCARA – L’Abruzzo alla fine ha fatto dietrofront sul blockage. La decisione di sottrarre alla commercializzazione un quantitativo di montepulciano per fronteggiare gli squilibri dovuti a una produzione eccessiva rispetto alla richiesta di mercato sembrava cosa fatta, eppure il provvedimento da parte della Regione non è stato più adottato.
Questo mentre regioni come il Lazio stanno chiedendo la distillazione di crisi – è dei giorni scorsi la richiesta dell’assessore Enrica Onorati – per ridurre le giacenze e contenere le perdite economiche, in virtù soprattutto della diminuzione della domanda interna, e i dati diffusi solo l’altroieri dall’osservatorio Uiv/Vinitaly parlano di “troppo vino” prodotto.
La proposta, formalizzata dal Consorzio di tutela vini d’Abruzzo – che secondo alcuni tuttavia non sarebbe stato troppo fermo nella richiesta – è stata invece congelata dalla Regione, che pure in un primo momento l’aveva accolta dopo un lungo confronto in sede del cosiddetto tavolo verde, di cui fanno parte associazioni di categoria, Consorzi, distretto Daq vino Abruzzo e Assoenologi.
Secondo alcuni addetti ai lavori avrebbe prevalso il pressing delle grandi aziende, fredde all’ipotesi di dover immobilizzare parte del vino prodotto: sin dall’inizio, in effetti, la scelta dell’attivazione delle misure per la gestione delle produzioni a Doc, ha riproposto lo spinoso tema delle differenze – anche di visione – tra piccoli produttori e colossi cooperativi. Se queste ultime, infatti, avrebbero potuto attutire meglio il colpo di dover immobilizzare ingenti capitali rappresentati dal vino invendibile, a farne le spese sarebbero state le migliaia di conferitori che rischiano di vedersi non ritirare l’uva.
C’è poi chi fa notare come ci sia ancora molta difficoltà ad affrontare i problemi in modo determinato e altri che – a dimostrazione di come non ci sia affatto unanimità sul tema – osservano come togliere dal mercato montepulciano Doc e immettere vino rosso generico sposterebbe solo il problema.
“Si è arrivati tardi, un provvedimento come il bloccaggio non può essere adottato al momento del conferimento delle uve in cantina”, dice a Virtù Quotidiane Gianni Pasquale, presidente regionale di Assoenologi, che si dice favorevole al blockage ma sostiene che la decisione si sarebbe dovuta assumere in estate, considerando peraltro che la vendemmia è iniziata prima a causa della stagione particolarmente siccitosa.
“Quando si era arrivati a parlarne era oramai tardi, ma ora bisogna ridiscuterne e farlo in base ai risultati vendemmiali. Riparlarne a fine vendemmia significa tutelare anche il piccolo conferitore”, fa osservare, “perché potevano esserci trattative già avviate con le cantine che rischiavano di essere compromesse, quindi è bene assumere decisioni in base al vino che oggi ci ritroviamo in cantina. Il momento imponeva una pausa per prendere decisioni più caute”.
“In Abruzzo convivono interessi distanti e la tutela del montepulciano non si fa con il semplice bloccaggio”, ammette Pasquale, “è impensabile risolvere a valle un problema che va affrontato a monte”.
Il blockage, disciplinato dalla legge 238 del 2016, in Abruzzo non è mai stato applicato. C’è da osservare, peraltro, che la direzione intrapresa con gli aggiornamenti dei disciplinari prevede l’aumento della resa per ettaro e dunque, verosimilmente, della produzione. Qualora si decidesse di congelare la commercializzazione di una parte del vino prodotto, al 31 marzo 2024 la produzione della vendemmia 2022 sarebbe declassata e il vino venduto come Igt o vino da tavola.
La proposta che il Consorzio aveva formalizzato alla Regione prevedeva tuttavia delle eccezioni: sarebbero state escluse dal blockage, ad esempio, le colture biologiche o integrali, e in altri casi particolare si potrà beneficiare di uno sblocco anticipato. (m.sig.)
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