Cosa hanno in comune caffè, sigari e genziana? In una delle cigar room più rinomate d’Italia hanno provato a spiegarlo
PESCARA – Dentro una delle cigar room più rinomate d’Italia, il caffè ha smesso per qualche ora di essere la bevanda che accompagna distrattamente la fine di un pasto o l’inizio della giornata. Alla Tabaccheria Camaioni-Primiterra di Pescara, realtà nata nel 1969 e diventata negli anni un punto di riferimento per gli appassionati di sigari, la Compagnia della Genziana ha raccontato il mondo di una bevanda che molti consumano quotidianamente senza conoscerne davvero la profondità.
A guidare il viaggio è stato Leandro Fedele, sommelier, assaggiatore di caffè, formatore e divulgatore, che ha proposto un cambio di prospettiva semplice ma radicale: il caffè non bisogna soltanto berlo, bisogna assaggiarlo.
Durante una degustazione la tazzina diventa una mappa: si osservano colore e consistenza, si cercano i profumi, si riconoscono dolcezza, acidità, amarezza, corpo e persistenza. Si lascia raffreddare leggermente il caffè in alcuni casi per capire come cambiano le sensazioni e si prova a distinguere ciò che appartiene alla materia prima da quello che deriva dalla tostatura o dall’estrazione.
Dietro quei pochi grammi di polvere c’è un viaggio iniziato molto lontano dall’Italia. La storia del caffè affonda le proprie radici nell’Africa orientale e, secondo una delle leggende più conosciute, tutto sarebbe cominciato con un pastore etiope che osservò l’insolita vivacità delle proprie capre dopo aver mangiato le bacche rosse di una pianta sconosciuta.
Le cosiddette ciliegie del caffè contengono i semi che, dopo lavorazione e tostatura, diventeranno i chicchi che conosciamo. Il caffè nasce in Etiopia e dall’Africa si sposta verso il mondo arabo, trovando nello Yemen condizioni favorevoli alla coltivazione anche se nel pensiero comune viene data la paternità al Sud-America. Da lì comincia un viaggio commerciale destinato a cambiare le abitudini alimentari mondiali.
Un nome resta legato a questa storia: Mokha, il porto yemenita dal quale partivano importanti carichi di caffè. E proprio da Mokha arriva, indirettamente, una parola che per gli italiani è quasi sinonimo di caffè fatto in casa: moka.
La sua storia nasce da un’intuizione di Alfonso Bialetti, che lavorava l’alluminio e osservò il funzionamento della lisciveuse, il pentolone utilizzato dalla moglie per fare il bucato, dotato di un tubo centrale attraverso il quale acqua calda e sapone salivano e venivano distribuiti sui panni.
Bialetti intuì che lo stesso principio poteva essere utilizzato per preparare il caffè. Nacque così la moka, che sfrutta la pressione dell’acqua calda per spingerla verso l’alto attraverso il filtro contenente il caffè macinato. La caratteristica forma ottagonale in alluminio univa funzionalità ed estetica, mentre il nome richiamava proprio Mokha.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il figlio Renato Bialetti ne intuì il potenziale commerciale e contribuì a trasformarla in un’icona del Made in Italy, portandola nelle case di milioni di italiani. Anche il celebre omino Bialetti, con i baffi e il dito alzato, entrò così nella memoria collettiva. Il design della moka è oggi esposto anche al MoMA di New York.

E proprio la moka, durante l’incontro, è stata preparata in maniera diversa da quella tradizionale. La tecnica mostrata da Leandro prevede di partire da acqua già calda, quasi a ebollizione, così da ridurre il tempo in cui il caffè rimane esposto alle alte temperature e favorire una maggiore chiarezza aromatica.
Non una contrapposizione alla moka della tradizione, ma la dimostrazione di quanto possano cambiare i risultati modificando alcune variabili.
Perché il caffè è estremamente sensibile: contano origine, varietà, lavorazione, tostatura, macinatura, acqua, temperatura, estrazione e conservazione. Va protetto soprattutto da luce, calore, umidità e odori. Anche il congelatore può essere utilizzato per rallentarne l’invecchiamento, purché il caffè sia conservato in un contenitore ermetico, possibilmente di metallo ermetico per proteggerlo dall’umidità.
Nel corso della degustazione si è parlato anche delle due grandi protagoniste del mondo commerciale del caffè: Arabica e Robusta. La prima è generalmente associata a una maggiore complessità aromatica e a una minore quantità di caffeina; la seconda è più resistente, contiene generalmente più caffeina e contribuisce a maggiore intensità e corpo.
Ma la qualità non dipende dal nome della specie: esistono Robusta di grande interesse e Arabica non necessariamente eccellenti. A fare la differenza sono anche origine, coltivazione, lavorazione, tostatura e preparazione.

Un momento della degustazione
La tostatura modifica ulteriormente il profilo del caffè. Quelle più chiare tendono a valorizzare maggiormente le caratteristiche originarie del chicco, mentre quelle più scure accentuano le note tostate e amare. Anche in questo caso le tradizioni regionali italiane hanno sviluppato preferenze differenti, più tostate al sud per caffè più intensi, basti pensare all’eccellente caffè napoletano, meno tostate al nord e tostatura media al centro.
La degustazione ha poi messo a confronto diversi metodi di estrazione. La moka ha rappresentato la dimensione domestica italiana, il filtro quella internazionale e l’espresso il cuore della tradizione italiana. Nel filtro, caratterizzato da una macinatura più grossa, l’acqua attraversa lentamente il caffè; prima dell’estrazione avviene il blooming, durante il quale viene liberata l’anidride carbonica presente nel caffè tostato.
Leandro Fedele ha inoltre ricordato che caffè filtro e caffè americano non sono la stessa cosa: il primo viene estratto direttamente attraverso il caffè macinato, mentre il secondo nasce comunemente dall’aggiunta di acqua calda a un espresso, un piccolo aneddoto racconta che quando gli americani sono stati in Italia per liberarci dopo la seconda guerra mondiale, facevano aggiungere acqua calda all’espresso e nel linguaggio comune si è trasformato in “caffè americano”.
Anche l’acqua conta, perché la sua composizione minerale può influire sull’estrazione e sulla percezione aromatica.
Poi l’espresso, dove anche la crema va osservata per uniformità, colore e consistenza. Al naso e al palato possono emergere note di frutta secca, cereali, cacao, spezie, fiori o tostatura. Persino l’amarezza non è necessariamente un difetto: diventa un problema quando copre completamente le altre sensazioni.
Ed è proprio questa attenzione alle sfumature a creare il collegamento con gli altri mondi esplorati dalla Compagnia della Genziana, associazione capitanata da Silvio Pacioni. Caffè e sigaro, infatti, condividono un elemento fondamentale: richiedono tempo.

Silvio Pacioni e Giampio Primiterra
Francesco e Giampio Primiterra hanno raccontato come anche il sigaro si scelga in funzione del tempo che si vuole dedicargli. Formati diversi corrispondono a durate differenti e richiedono una preparazione lenta, un’accensione graduale e rigorosamente in mano, mai in bocca con un ritmo regolare. Il fumo non viene inalato, ma lasciato in bocca per coglierne le caratteristiche aromatiche.
Il sigaro, proprio come il caffè, obbliga a rallentare. E forse è questo il messaggio più interessante emerso dall’incontro: la degustazione non insegna soltanto a riconoscere un aroma, ma soprattutto a fare attenzione.
Anche i numeri dei consumi raccontano una curiosità. L’Italia è universalmente associata al caffè, ma non è il Paese che tradizionalmente domina i consumi pro capite. Nei dati storici dell’International Coffee Organization, la Finlandia si è mantenuta per anni ai vertici, superando negli anni Duemila gli 11 chilogrammi pro capite annui, contro i circa 5,5-5,7 dell’Italia.
Una differenza legata anche alle abitudini: in Italia prevale l’espresso, piccolo e concentrato, mentre nei Paesi nordici è molto più diffuso il caffè filtro, consumato in tazze più grandi che accompagnano lo scorrere della giornata.
Durante l’incontro non è mancata infine la curiosa storia del Kopi Luwak, il caffè ottenuto da chicchi passati nell’apparato digerente dello zibetto, piccolo mammifero del Sud-Est asiatico. La fama del prodotto ha portato però anche a pratiche di allevamento fortemente criticate per le condizioni degli animali. Per questo, in caso di acquisto, è importante verificarne attentamente la provenienza e le modalità di produzione.
Il viaggio si è concluso quindi molto lontano dal semplice “prendiamo un caffè”. Dall’Etiopia allo Yemen, dalla moka Bialetti al filtro, dall’Arabica alla Robusta, dalla tostatura all’espresso e al sigaro, ogni passaggio ha mostrato come dietro un gesto quotidiano possa esistere un universo che spesso non vediamo.
È questa la filosofia della Compagnia della Genziana: andare alla ricerca di quei mondi che abbiamo sotto gli occhi e che, proprio perché fanno parte della nostra quotidianità, rischiamo di non osservare più.

La Tabaccheria Camaioni-Primiterra di Pescara
E mentre il viaggio nel caffè si chiude, è già tempo per la prossima sfida, questa volta tutta abruzzese. Ha preso il via il primo girone del Campionato Abruzzese della Genziana fatta in casa, competizione nata per mettere a confronto ricette, tradizioni e interpretazioni di uno dei liquori più identitari della regione.
Per partecipare è necessario presentare 250 ml di genziana. I campioni possono essere consegnati direttamente nel luogo della competizione dalle 15,30, alla sede della Compagnia della Genziana, in Via Thaulero n.5 a Roseto degli Abruzzi (Teramo), oppure ai soci della Compagnia presenti nella propria zona. È inoltre necessario firmare un’autocertificazione relativa alla provenienza lecita della radice utilizzata.
È possibile presentare più campioni, ma soltanto quello meglio classificato di ciascun concorrente potrà accedere alla finalissima. I primi tre classificati di ogni girone accederanno alla fase finale, nella quale sarà possibile anche rinnovare il proprio campione.
Una competizione goliardica in cui non si partecipa certo per i soldi, ma per il prestigio e la gloria di diventare il miglior produttore di genziana dell’intera regione. In palio, per il primo classificato, 100 euro e una coppa; per il secondo, una bottiglia di liquore e una medaglia; per il terzo, una medaglia celebrativa.
Perché, in fondo, il vero premio non è il denaro, ma il lustro di poter fregiarsi del titolo di miglior produttore di genziana della regione.
La prossima tappa porterà la Compagnia della Genziana ad Aielli (L’Aquila) sabato 10 ottobre, con un tour tra i murales del paese, seguito dal pranzo e dalla batteria di genziane sottoposte alla giuria. Le successive tappe di Teramo e Chieti devono ancora essere confermate. Per date, luoghi e novità è possibile seguire i social della Compagnia della Genziana.
Per informazioni e partecipazione: 393-219 4174, compagniadellagenziana@gmail.com, Instagram e Messenger.
Perché, dopo aver scoperto che anche una tazzina di caffè può nascondere un mondo intero, viene naturale chiedersi cosa possa raccontare una bottiglia di genziana fatta in casa.
E forse è proprio questa la parte più curiosa del viaggio: scoprire che i prodotti che pensiamo di conoscere meglio sono spesso quelli che hanno ancora più storie da raccontare.
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