“CRONACHE DELLA RESTANZA”, MONTERISI RACCONTA DISAGI E BELLEZZA DELL’ABRUZZO INTERNO


SULMONA – Decidere di tornare, di restare a vivere in luoghi che si vanno spopolando, territori dai quali sempre più persone hanno scelto e scelgono di allontanarsi, soprattutto per mancanza di lavoro.

Provare a invertire la rotta o, semplicemente, rimanere con uno spirito propositivo, provando a progettare cambiamenti, seppur piccoli, senza abbandonarsi al disfattismo, alla rassegnazione tout court.

È ciò che il giornalista Savino Monterisi racconta nel suo libro Cronache della restanza, in uscita per l’editore popolese Riccardo Condò, all’interno della collana Il libraio di notte, curata e diretta dal cantautore e libraio Paolo Fiorucci.

Il libro, che sarà presentato al Centro Giovani di Sulmona (L’Aquila) sabato prossimo, 15 febbraio alla presenza dell’autore e del curatore della collana, raccoglie pensieri e riflessioni di Monterisi, insieme a idee, articoli di giornale e qualche sogno, componenti che si tengono unite attraverso lo sguardo comune dell’attenzione, della partecipazione e della consapevolezza.

“Quando ho deciso di ritornare a vivere a Sulmona – racconta Monterisi a Virtù Quotidiane – avevo quasi finito l’Università. Studiavo a Roma e avevo bisogno di capire qual era il mio posto nel mondo, così la scelta è venuta naturale. Forse dovevo riconciliarmi con le montagne e le stradine della mia frazione, Bagnaturo, che mi avevano visto partire sette anni prima. Il mio è stato anche un gesto politico: provare a restare e a resistere in un territorio dal quale tutti se ne andavano; nel mio caso si è trattato della Valle Peligna, ma il discorso è facilmente estendibile a tutte le aree interne del nostro paese”.

Così Savino è tornato a casa ma non se ne è stato con le mani in mano: è attivista politico per il collettivo AltreMenti (si occupano di lotta alle grandi opere, ambiente, memoria storica, migrazioni), giornalista de Il Germe e guida ambientale escursionistica.

L’amore che il giornalista ha per l’Abruzzo e per il suo territorio insomma (sul suo sito www.cronachedellarestanza.it è possibile seguire tutte le sue attività), non si è esaurito in una semplice celebrazione delle bellezze paesaggistiche e naturalistiche e delle sue potenzialità ma, al contrario, ha generato e continua a generare attenzione, interesse reale, impegno concreto, cura.

“Il libro si divide in quattro sezioni – spiega Monterisi – montagne, persone, luoghi e impazienza. L’ultimo capitolo contiene articoli un po’ più impegnati, che forse potrei definire riflessioni politiche; il titolo è un tributo a Franco Fortini, intellettuale a cui personalmente devo molto (la storia è andata così, la vita anche. Mutare il ribrezzo in lucidità, la speranza in certezza. E in impazienza). Tutto il testo è ricco di citazioni di quegli intellettuali, artisti o scrittori che più mi hanno influenzato ovvero Ignazio Silone, Giovanni Lindo Ferretti, Paolo Rumiz, Robert Frost, Rocco Scotellaro. Il filo che lega questi testi è sicuramente quello del disagio ma anche della bellezza che caratterizzano le aree interne, la ruvidezza e la bontà della gente che le vive, l’asprezza e la bellezza delle montagne, la magnificenza e l’abbandono dei borghi. La restanza è la scelta di vita del narratore che descrive il bene e il male di ciò che qui accade, sia da un punto di vista poetico/narrativo ma anche politico”.

Anche restare dunque, è un moto: meno evidente sì, altrettanto meno percepibile ma senza dubbio un’azione uguale e opposta al partire.

Andarsene e rimanere sono due spinte inscindibili, l’una legata all’altra, due facce di una medaglia che da decenni, specialmente il nostro Sud, porta appuntata sul petto, in bella mostra.

Coraggio di partire sì ma anche coraggio di restare, nel tentativo di far nascere un nuovo modo di osservare, capire, migliorare e salvaguardare la propria terra.

E inoltre coraggio di restare fedele ai propri sforzi e ai propri progetti, di non demoralizzarsi alle prime difficoltà, di non rimanere intrappolato in un torpore immobile.

“Il segreto per non paludarsi nei piccoli luoghi – aggiunge Savino – è quello di rimanere attivo. Mi viene sempre da dire, specie contro una certa retorica sovranista, che i luoghi sono di chi li vive, non per forza di chi li abita o di chi in quei luoghi è nato. Le comunità sono le uniche istituzioni laiche e civili che possono risollevare le sorti dei territori sempre più spopolati, al momento questo processo di consapevolezza è ancora in fase embrionale se non del tutto assente. Spetta anche a chi sceglie di ritornare, il compito di non adagiarsi e di far sì che le comunità siano vive, che si interroghino sul futuro, che siano in grado di capire ciò che di unico hanno ancora, e di conservarlo e farne un tratto unico della cultura, che non venga assorbito e stritolato dal mainstream e dalla cultura consumista della globalizzazione…Quella che vuole tutti i luoghi sovrapponibili, ognuno fotocopia sempre più sbiadita dell’altro”.

Anche se, specie negli ultimi anni, la questione delle aree interne italiane e del loro spopolamento è effettivamente emersa raggiungendo una platea più ampia (complici anche testate online, blog e pagine social che non fanno che evidenziare le bellezze dei piccoli centri), secondo Monterisi il dibattito sulla marginalità di questi paesi non è ancora al centro della discussione pubblica, ancora troppo concentrata su questioni “metropolitane”, perlopiù legate alla finanza o alla sicurezza delle città.

“Purtroppo, tra i temi più dibattuti in Italia, non compaiono ancora e in maniera decisiva le questioni legate le aree interne – dice ancora Monterisi -. Nessuno parla di ospedali e scuole che chiudono, di corse degli autobus e treni che vengono tagliate, di montagne che franano e di fiumi che esondano. Rischiamo di diventare come gli indiani nelle riserve se non ci riappropriamo dei nostri territori e delle nostre vite. Se continuiamo così, fra qualche anno potremmo essere visti come degli strampalati personaggi che si ostinano a vivere in luoghi sperduti, irraggiungibili e o desolati. Per quanto mi riguarda quello che sta avvenendo è una ritirata strategica dello Stato dalle aree interne e le comunità di questo dovrebbero occuparsene. La stampa nazionale arriva da queste parti soltanto quando ci sono casi di cronaca nera. A me pare che dei nostri problemi ne parliamo soltanto noi, purtroppo siamo in pochi e politicamente non rappresentati, pertanto incapaci di imporre i nostri temi nel dibattito politico”.

Senza attendere miracoli dall’alto insomma e senza nemmeno negare potenzialità territoriali e qualche eccellenza, con questo libro la strada di Savino Monterisi resta quella dell’impegno sul campo, dell’interesse concreto.

“Trascorrerò i prossimi mesi soprattutto a presentare il libro – conclude Monterisi – . Spero di riuscire a portarlo in molti luoghi e mi auguro di essere invitato nei borghi più piccoli e spopolati d’Abruzzo perché è proprio con questa gente, la mia gente, che mi piacerebbe guardarmi in faccia, abbracciarmi, discutere e capire in che direzione andare. Del resto, spetta solo a noi decidere di che futuro vogliamo vivere”.

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