HOME RESTAURANT, L’ESPERTO: MANCANO ANCORA REGOLE CHIARE E DEFINITIVE


ROMA – Per gli home restaurant, i ristoranti realizzati nelle abitazioni, mancano ancora regole chiare e definitive. Lo dice Alessandro Klun, autore di diversi testi sul diritto della ristorazione, e che durante il lockdown ha pubblicato No show e recesso dalla prenotazione ristorativa.

Da sempre il cibo è sinonimo di aggregazione, community, esperienza che consente alle persone di fare nuove conoscenze e talvolta intraprendere nuove attività. Il connubio cibo e social network risulta, oggi, ancor più forte a seguito della ben nota pandemia e del conseguente periodo di lockdown in cui la ristorazione è incorsa in profonde difficoltà e gravi danni, talvolta irreversibili, con inevitabili chiusure di numerose attività.

La diffusione del contagio si è ben presto tradotta in stringenti misure di sicurezza imposte dai protocolli sanitari nazionali e locali che hanno imposto severe regole comportamentali, prima fra tutte il distanziamento sociale, per sua stessa natura inconciliabile con la convivialità tipica “dell’andare al ristorante”.

Per queste ragioni l’attenzione viene rivolta ad una somministrazione alimentare sempre più caratterizzata dalla condivisione domiciliare di un pranzo o una cena, con conseguente trasformazione in “ristorante” della propria abitazione.

In questi casi, di cosiddetto home restaurant, si può parlare di concorrenza per le tradizionali attività aperte al pubblico?

“La ristorazione domestica ad oggi non risulta regolata da alcuna disciplina legislativa”, chiarisce Klun, “con conseguente necessità di assumere come riferimento i provvedimenti amministrativi adottati in materia”.

“In particolare, è tuttora incerto se l’attività di home restaurant sia o meno sottoposta ad un obbligo di preventiva presentazione di Scia (segnalazione certificata di inizio attività) presso il Comune del luogo in cui la si intende intraprendere”, precisa Klun.

“A distanza di oltre 6 anni – aggiunge l’esperto – costituisce ancor oggi un punto di riferimento di carattere interpretativo la risoluzione 10 aprile 2015, n. 50481 (confermata dalla successiva 6 novembre 2017, n. 493338), con cui il Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) ha assimilato giuridicamente l’home restaurant ad un’attività di somministrazione di alimenti e bevande aperta al pubblico, con conseguente obbligo di Scia se l’attività è in zona tutelata e di specifico permesso rilasciato dal Comune se l’attività è in zona non tutelata”.

“Successivo è l’intervento del Ministero dell’Interno che, confermando la citata risoluzione Mise, ha tuttavia precisato che la Scia non è obbligatoria se l’attività di home restaurant viene svolta in modo episodico ed occasionale, con una valutazione da effettuarsi nel caso concreto”.

“In questa situazione di sostanziale incertezza normativa si segnala un primo intervento giurisprudenziale”, continua Klun. “Con sentenza 23 maggio 2019 n. 139, il Giudice di Pace di San Miniato, in accoglimento del ricorso in opposizione promosso verso un’ordinanza ingiunzione applicata dal Comune competente per omessa presentazione della Scia ha stabilito che l’amministrazione convenuta non ha provato che l’esercente l’attività di home restaurant svolgesse effettivamente somministrazione di alimenti e bevande al pubblico, avendo dedotto tale circostanza esclusivamente dal fatto che quell’attività fosse pubblicizzata in rete; in mancanza di una disciplina di settore, la citata risoluzione Mise ha carattere solo interpretativo e non normativo”.

“In definitiva”, conclude Klun, “in un simile contesto, è del tutto evidente e persistente la necessità di un intervento legislativo definitivo che stabilisca regole chiare e definitive”.

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