Cronaca 30 Set 2025 12:19

I vitigni dell’Antica Roma riscoperti e piantati nel primo vigneto urbano pubblico della capitale

I vitigni dell’Antica Roma riscoperti e piantati nel primo vigneto urbano pubblico della capitale

ROMA – Un vigneto urbano che si estende su una superficie di circa 1.400 mq., frutto del progetto Roma Mater Vinorum nato da un accordo di collaborazione con l’Associazione internazionale Iter Vitis riconosciuta dal Consiglio d’Europa, che ha individuato le 7 specie storiche autoctone delle oltre 1.000 barbatelle utilizzate per l’impianto: Bellone, Nero Buono di Cori, Cesanese, Moscato di Terracina, Mammolo, Abbuoto e Malvasìa Puntinata. Specie che costituivano i vigneti della Roma antica e che coprivano larga parte dell’area del Palatino, dell’Aventino e di quella poi divenuta dei Fori Imperiali.

È quello che è stato inaugurato ieri nella Capitale, nel Parco di San Sisto, alle pendici di Villa Celimontana, dal sindaco Roberto Gualtieri e dall’assessora all’Agricoltura Sabrina Alfonsi.

Alla cerimonia erano presenti il presidente del Cnel, Renato Brunetta, la presidente dell’Itinerario culturale del Consiglio d’Europa Iter Vitis Emanuela Panke, il professore di antropologia dell’Università di Tor Vergata Ernesto Di Renzo e i dirigenti scolastici degli Istituti Tecnici Agrari “Emilio Sereni” e “Giuseppe Garibaldi”, Michele Zannini e Andrea Pontarelli.

Il vigneto di San Sisto, oltre ad avere una vocazione culturale, costituisce anche un presidio ambientale grazie alla collaborazione con la startup Citiculture che ha installato sui filari sensori climatici, alimentati da pannelli fotovoltaici, che consentono il rilevamento della temperatura e dell’umidità, della pressione atmosferica, dell’intensità dell’irraggiamento solare e della presenza di inquinanti come il particolato fine PM 2,5 e PM10. Tutte le informazioni sulle caratteristiche vegetazionali e ambientali sono illustrate da appositi pannelli didattici allestiti attorno al vigneto.

Tra i partner che hanno reso unico il vigneto di San Sisto figura Citiculture, startup innovativa nata a Torino nel 2019 con l’idea di usare la vite come motore di rigenerazione urbana e di divulgazione scientifica. La sua ricerca combina due approcci complementari: da un lato gli impianti in piena terra, ideali per parchi storici e giardini monumentali; dall’altro i vigneti modulari in vaso, basati su contenitori leggeri e forati che permettono di allestire filari anche su superfici pavimentate o tetti, senza impattare sulle strutture esistenti. In entrambi i casi la vite diventa protagonista di un paesaggio che unisce estetica, biodiversità e funzionalità agronomica.

Citiculture porta con sé i frutti della collaborazione con il Politecnico di Torino, dove un vigneto-laboratorio installato dalla startup integra sensori climatici, rilievi agronomici e percorsi didattici aperti agli studenti, dimostrando che la viticoltura urbana può e deve dialogare con il mondo della ricerca: dai dati sperimentali raccolti nelle vigne urbane emergono indicazioni preziose per l’urbanistica, mettendo le amministrazioni e le comunità locali nelle condizioni per replicare questi luoghi generativi.

L’obiettivo di questo approccio è chiaro: generare impatti tangibili, misurabili e accessibili alla cittadinanza. Ogni filare diventa uno strumento di mitigazione climatica, capace di assorbire CO?, abbassare la temperatura estiva e attirare insetti impollinatori; al tempo stesso si trasforma in un laboratorio a cielo aperto dove residenti e visitatori, esperti e curiosi possono osservare da vicino i processi naturali e i loro impatti sull’ambiente urbano.

All’interno di questa vigna sono stati installati sensori ambientali e agronomici di ultima generazione, alimentati da un sistema autonomo con pannello solare, batteria e regolatore di carica. I dispositivi rilevano in tempo reale numerosi parametri: temperatura e umidità dell’aria, intensità luminosa e direzione del vento, pressione atmosferica, presenza di particolato fine (PM2.5 e PM10), temperatura e umidità fogliare.

Questi dati restituiscono una fotografia viva e continuamente aggiornata dello stato di salute del vigneto, dell’interazione tra la vite e il microclima urbano, e dei benefici ambientali generati da questo ecosistema nel cuore della città.

“Con l’inaugurazione del vigneto urbano di oggi entriamo nel vivo del progetto Roma Mater Vinorum e questo ci riempie di orgoglio. Quello di oggi è un altro tassello per il recupero di una dimensione fondamentale di Roma, legata alla terra, al cibo e all’agricoltura. È un’idea che replichiamo anche in altri ambiti e, se da un lato estendiamo quantitativamente la porzione di territorio destinata all’agricoltura, dall’altro inneschiamo processi di riqualificazione urbana”, ha detto Gualtieri.

Sabrina Alfonsi

“La realizzazione del vigneto di San Sisto apre un nuovo capitolo della viticoltura a Roma. Il vigneto, infatti, ha, un grande valore culturale poiché restituisce l’immagine di una città dove storicamente la coltivazione dell’uva occupava larga parte del suo territorio e, allo stesso tempo, rappresenta un esempio concreto di come la viticoltura urbana possa dialogare con il mondo della ricerca”, ha aggiunto l’assessora Alfonsi. “L’impianto di San Sisto costituisce un autentico laboratorio ambientale a cielo aperto, capace di fornire preziosi dati climatici sulla qualità dell’aria e di svolgere un importante funzione di mitigazione climatica, assorbendo anidride carbonica, abbassando le temperature e favorendo la biodiversità e la presenza degli insetti impollinatori. Grazie al progetto Roma Mater Vinorum, premiato nell’ottobre 2024 come miglior progetto europeo di valorizzazione della cultura del vino e della vite, è stato avviato un lavoro che porterà alla realizzazione di diversi vigneti urbani in siti storici che costituiranno un vero e propria rete di itinerari culturali alternativi agli usuali percorsi turistici e, insieme, preziosi presidi ambientali e storico-didattici” ha concluso la Alfonsi.

Il progetto

Il progetto Roma Mater Vinorum, promosso dall’Assessorato all’Agricoltura del Comune di Roma in collaborazione con Iter Vitis, Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa, ha come obiettivo la riscoperta, la valorizzazione e la promozione della viticoltura capitolina: sia in riguardo alle produzioni autoctone della Città e del suo hinterland geografico, sia in riguardo al loro potenziale di valore identitario, ambientale e turistico-economico.

Concepito come una sorta di ‘risarcimento storico’ volto a restituire all’Urbe il suo ruolo protagonistico nel panorama della vitivinicoltura regionale, nazionale e internazionale, il progetto si struttura all’interno di una visione pianificatrice che orienta la Città a riconfigurare la sua immagine di metropoli sostenibile con quella di centro diffusionale delle colture agricole ed enologiche. Colture tra loro strettamente interpolate e sinergiche che intendono offrire livelli coerenti di risposta tanto al fenomeno crescente e internazionalizzato delle ‘vigne urbane, quanto all’orientarsi degli attuali andamenti commerciali che vedono nel recupero dei vitigni autoctoni un efficace mezzo di contrasto alle pratiche di business enogastronomico a basso tasso di coerenza territoriale, culturale e storica. Roma e il vino, infatti, sono legate da forme di reciprocità e di mutua dipendenza che si protraggono fin dall’VIII, VII secolo a.C. allorché, dice la leggenda, il re Numa Pompilio fece impiantare nel foro una pianta di vite assieme a una di ulivo e una di fico.

In seguito, questo legame si è costantemente rinsaldato nel corso dell’intera durata dell’Impero, collegandosi alle conquiste militari, connettendosi al diritto di cittadinanza e intrecciandosi alle scelte politiche e alle ragioni di stato. E se il suo crollo avvenuto nel 476 ha segnato la fine dell’espansione geografica della vite, dopo aver attecchito ovunque le legioni siano arrivate e si siano stanziate, l’azione lenta della religione, l’acribia degli ordini monastici e le esigenze alimentari-ricreazionali della società romana medievale e moderna hanno fatto sì che Roma si riempisse di enormi estensioni di vigneti. Fino a far registrare livelli di produzione enoica che sul finire del XVI secolo si aggirava attorno ai 20 milioni di litri.

Una produzione dalle quantità davvero straordinarie che ha fatto la fortuna della fiscalità papalina e che ha disegnato a fondo le trame urbane all’interno, e oltre, il perimetro delle Mura aureliane.

A darcene testimonianza diretta concorrono sia la presenza del Monte dei cocci, un deposito di milioni di anfore olearie e vinarie situato all’interno del quartiere di Testaccio, sia la documentazione cartografica, iconografica e fotografica conservata negli archivi capitolini, sia le oltre venti ricorrenze toponomastiche che, ancora oggi, testimoniano quanto le vigne fossero interpolate con la rete viaria, i monumenti e le piazze della città: prima che l’unificazione dello stato e l’avvento della Roma umbertina ne riconfigurasse le trame urbanistiche e ne espoliasse per intero il capitale ampelografico.

Partendo da simili considerazioni il progetto Roma Mater Vinorum mira, dunque, a restituire alla Capitale il suo ruolo di “città del vino”, reintroducendo i vigneti non solo come pratiche di agricoltura urbana e di prossimità, ma anche come fattori di rigenerazione degli spazi all’insegna dell’ecologia, del miglioramento del paesaggio e del reintegro identitario di una storia culturale che per millenni si è svolta sub signo vitis.

L’antica Roma non solo ha conquistato il Mediterraneo, ma ha anche tracciato la via di una cultura agricola incentrata sulla vite e sul vino, trasformando profondamente il paesaggio, l’economia e i costumi dei popoli europei. Nei secoli della Repubblica e dell’Impero, la viticoltura da attività familiare e locale divenne pilastro dell’identit? romana. Nelle campagne, la vite si alrampicava sugli alberi in sistemi detti “maritati”, che univano funzionalità ed estetica. Ogni appezzamento coltivato con la vite aumentava il valore della terra e riceveva attenzione non solo agronomica ma anche giuridica. Il clima aveva un ruolo decisivo. II periodo più florido della viticoltura romana, tra il Il secolo a.C. e il II d.C., coincide con un riscaldamento naturale noto come “optimum climatico romano”: temperature più miti e stagioni favorevoli permisero l’espansione della coltivazione della vite anche in aree prima marginali, dalle colline dell’Italia settentrionale alle rive del Reno e persino fino alla Britannia. Il vino divenne bene di consumo, di scambio e di prestigio.

Nelle provincie si impiantavano vigne, si costruivano cellae vinariae (cantine) e si formavano nuovi vignaioli: l’Impero cresceva anche attraverso la cultura del vino. Scrittori come Varrone, Catone, Columella e Plinio il Vecchio ci hanno lasciato un ricco patrimonio di conoscenze tecniche e pratiche, spesso basate sull’esperienza empirica e l’osservazione attenta delle stagioni. Dalla potatura verde alla vendemmia, dal diradamento dei grappoli alla gestione del suolo, ogni gesto era codificato e ritualizzato, con un calendario agricolo che integrava le fasi lunari, le feste religiose e l’osservazione diretta della vite. Columella, ad esempio, suggeriva di giudicare la maturazione dell’uva osservando il colore dei vinaccioli, una tecnica usata ancora oggi.

Vendemmie, leggi e riti: la vigna al centro della vita romana

La vendemmia nell’antica Roma non era solo un’attività agricola: era un momento sacro, scandito da riti religiosi e pratiche propiziatorie, Prima che si potesse toccare un grappolo, era il sacerdote di Giove a offrire il primo frutto agli dèi. Le Vinalia Rustica, celebrate ad agosto, chiedevano il favore del tempo buono; la Auspicatio Vindemiae apriva ufficialmente la raccolta. Non mancavano superstizioni: grappoli finti appesi alla vigna per ingannare le intemperie, auguri pronunciati dai vignaioli, perfino giochi e scherzi rituali erano ammessi durante i giorni della vendemmia. Anche il diritto riconosceva alla vigna uno statuto speciale. Le Leggi delle XII Tavole prevedevano la sospensione di procedimenti legali per chi fosse impegnato nei lavori in vigna, ritenuti prioritari per la vita collettiva. Nei contratti agrari, l’impianto di un vigneto aumentava il valore dell’affitto e dava diritto a indennizzi. Numerose sentenze conservate dai giuristi romani trattano controversie legate ai tralci, ai confini e alla proprietà dei frutti.

Coltivare la vite, tuttavia, non era solo un onore. A partire dal I secolo d.C., la sovrapproduzione e le preoccupazioni alimentari portarono l’imperatore Domiziano a emanare un editto che vietava nuovi impianti di vigne nelle province e ordinava la distruzione della metà di quelle già esistenti: una misura di controllo economico, ma anche simbolo della centralità della viticoltura. L’editto fu revocato due secoli dopo da Probo, che riconobbe ufficialmente il diritto di produrre vino a popoli come i Galli e gli Ispani. Col tempo, le difficoltà dell’Impero si riflessero anche nelle vigne. La pressione fiscale e la crisi economica portarono all’abbandono di molte coltivazioni. Cassiodoro racconta che alcuni viticoltori arrivavano a tagliare le proprie viti pur di non pagare le tasse. Eppure, la traccia lasciata dalla cultura romana del vino fu indelebile: le tecniche, le parole, i paesaggi modellati dalla vite sono arrivati fino a noi. Roma, mater vinorum, ci ha lasciato un’eredità che oggi celebriamo e rinnoviamo.


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