Poggio della Dogana, il ritorno alle radici: due fratelli, una visione e l’anima autentica della Romagna nel calice
CASTROCARO TERME – Nel cuore dell’entroterra romagnolo, tra le colline di Castrocaro e Brisighella, sorge Poggio della Dogana: molto più di una tenuta, è il progetto di due fratelli, Aldo e Paolo Rametta, che dopo una vita trascorsa all’estero hanno scelto di tornare in Italia per dare valore a una terra ricca di storia, identità e potenziale.
Poggio della Dogana è oggi un’azienda agricola biologica che coniuga rispetto per l’ambiente, spirito innovativo e una visione ben definita: valorizzare le uve autoctone – come Sangiovese, Albana e Trebbiano – attraverso una viticoltura attenta, sostenibile e profondamente legata al territorio.
In questa intervista con Aldo Rametta approfondiamo le origini del progetto, il legame con il territorio, la scelta del biologico, il valore del Romagna Sangiovese, l’enoturismo e la visione per il futuro.
Siete nati a New Orleans e avete vissuto all’estero: cosa vi ha riportati in Romagna?
Le nostre radici sono qui. Anche se siamo nati negli Stati Uniti e abbiamo vissuto in contesti internazionali, il legame con la Romagna – terra d’origine della nostra famiglia – non si è mai spezzato. I nostri genitori sono tornati in Romagna, così come noi, per il richiamo della terra e il desiderio di valorizzare un patrimonio unico, portando con noi il bagaglio di esperienze accumulate fuori, ma con l’obiettivo di restituire valore a questo territorio.
Cosa vi ha spinto, da imprenditori nel settore delle energie rinnovabili, a intraprendere anche un progetto vitivinicolo?
C’è un filo conduttore invisibile: il rispetto per l’ambiente. Passare dal produrre energia pulita al produrre vino biologico è stato naturale. In entrambi i casi, l’obiettivo è la sostenibilità. Volevamo dimostrare che l’imprenditorialità moderna può (e deve) prendersi cura del paesaggio e della biodiversità.
In che modo le vostre esperienze internazionali influenzano oggi la visione e la gestione dell’azienda agricola?
L’esperienza all’estero ci ha dato una visione aperta e dinamica. Gestiamo l’azienda con pragmatismo ma anche con una forte propensione all’export e alla comunicazione internazionale. Non vediamo il Sangiovese solo come un prodotto locale, ma come un’eccellenza capace di confrontarsi con i grandi mercati mondiali, mantenendo però un’identità artigianale e autentica.

La tenuta dall’alto
Perché avete scelto proprio Castrocaro e Brisighella per impiantare i vostri vigneti?
Sono due territori straordinari ma diversi. Castrocaro Terme e Terra del Sole offre terreni marnoso-arenacei che danno eleganza e mineralità; Brisighella è un anfiteatro naturale unico, con una biodiversità incredibile e suoli che conferiscono struttura. Cercavamo l’eccellenza e la specificità dei microclimi romagnoli per dare vita a vini di carattere.
Cosa significa per voi fare agricoltura biologica e cosa vi ha spinto a scegliere questo approccio?
Per noi il biologico non è una moda o una strategia di marketing, è un dovere etico. Significa assecondare i ritmi della natura senza forzature chimiche. Avendo lavorato per anni nelle rinnovabili, non avremmo potuto concepire un’agricoltura che non fosse in totale armonia con l’ecosistema.
Il Romagna Sangiovese è al centro della vostra produzione: cosa lo rende così speciale?
Il Sangiovese è l’anima della Romagna. È un vitigno “trasparente”: racconta esattamente dove cresce. Quello che lo rende speciale qui è la sua capacità di essere diretto, vibrante e profondo, capace di evolvere nel tempo riflettendo la solarità e l’accoglienza tipica della nostra gente.

I vini
Avete un vino che considerate il più rappresentativo della vostra filosofia?
Probabilmente il nostro Romagna Sangiovese Brisighella Arlesiana. Rappresenta la pazienza, lo studio del suolo e la volontà di elevare questo vitigno a standard qualitativi altissimi. È un vino che non scende a compromessi, proprio come la nostra visione aziendale.
Quali esperienze enoturistiche proponete a chi sceglie di visitare la vostra realtà?
Vogliamo che l’ospite viva il territorio. Non offriamo solo una degustazione tecnica ma un’immersione: passeggiate tra i filari per comprendere in cosa consiste l’allevamento biologico, racconti sulla storia di confine di queste terre (tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana) e abbinamenti con i prodotti locali per esaltare il concetto di km zero. D’estate il podere diventa una cornice d’eleganza in cui celebrare delle cene abbinate ai nostri vini, sempre con temi diversi.
Quali nuove sfide o progetti avete in cantiere per i prossimi anni?
La sfida principale è consolidare la nostra presenza sui mercati esteri e continuare a investire nella ricettività di qualità, affinché Poggio della Dogana diventi un punto di riferimento non solo per il vino ma per la cultura del territorio qui in Romagna.

Una veduta dei vigneti
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