Cantine e vini 24 Lug 2025 07:58

Viticoltura di montagna, enoturismo e sfide future: intervista a Hervé Grosjean

Viticoltura di montagna, enoturismo e sfide future: intervista a Hervé Grosjean
Hervé Grosjean

AOSTA – Nel cuore della Valle d’Aosta, tra pendii scoscesi, muretti a secco e vigneti, si trova una delle cantine più autentiche e significative della regione: Grosjean. Qui la vite non è solo coltivata, ma vissuta, ascoltata, custodita. Un’azienda familiare con una storia che affonda le radici nel Seicento e che, dagli anni ’60 a oggi, ha saputo coniugare tradizione e innovazione, terra e persone, vino e paesaggio.

Prima cantina valdostana a convertire la produzione al biologico, Grosjean non è solo sinonimo di vini di montagna, ma anche di un enoturismo esperienziale che mette al centro il territorio, il racconto e l’incontro. Picnic in vigna, degustazioni, visite in cantina: ogni sorso diventa parte di un racconto più grande.

Con Hervé Grosjean, terza generazione, abbiamo affrontato temi come la viticoltura in montagna, il biologico, l’enoturismo e le sfide future dell’azienda.

La storia della vostra azienda affonda le radici negli anni ’60, ma la tradizione vitivinicola della famiglia Grosjean è ancora più antica. Cosa rappresenta per voi portare avanti questa eredità?

La cantina è nata grazie al coraggio e ai sacrifici di nonno Dauphin, che ha sempre cercato di proporre un prodotto di qualità. Oggi, grazie anche all’evoluzione della viticoltura, continuiamo a offrire vini che rispecchiano il nostro territorio e, al tempo stesso, fanno conoscere la viticoltura della Valle d’Aosta in Italia e nel mondo.

La vostra viticoltura viene definita “eroica”. Cosa significa concretamente coltivare la vite in condizioni estreme?

Significa lavorare in condizioni non sempre ideali, a quote superiori ai 700 metri e con pendenze che arrivano anche al 50%. Questo fa sì che le ore di lavoro in vigna si triplichino rispetto ad altre regioni italiane. Però siamo consapevoli che i nostri sforzi rappresentano anche un valore per il territorio: la viticoltura eroica mantiene il paesaggio curato, vivo e bello da vedere.

Come si riflette il concetto di “terroir” nel vostro modo di fare vino?

Il nostro terroir, caratterizzato da una zona di origine glaciale con prevalenza di sabbia, si ritrova nei calici attraverso una bella mineralità, eleganza e freschezza che rendono i nostri vini riconoscibili.

Che ruolo gioca il “fattore umano” nel vostro approccio quotidiano alla vigna e alla cantina?

Il fattore umano è fondamentale. Per ottenere un vino di qualità, questa deve nascere innanzitutto in vigna. Per questo ci avvaliamo di numerosi collaboratori: sia per la produzione delle uve, sia per la promozione e la vendita in cantina e all’estero.

Grosjean Vins è stata la prima azienda valdostana a convertire l’intera produzione al biologico. Cosa vi ha spinto a fare questo passo?

Fin dall’inizio abbiamo cercato di lavorare nel modo più naturale possibile. Essendo noi stessi i primi consumatori dei nostri prodotti, volevamo che fossero sostenibili e non nocivi. Questo principio si è poi esteso a tutta la produzione. Oggi non solo i nostri vigneti sono biologici, ma anche la cantina è autosufficiente al 95%, le etichette sono certificate FSC, le capsule sono riciclabili e stiamo introducendo bottiglie più leggere, per ridurre ancora l’impatto ambientale.

Come affrontate oggi la sfida del cambiamento climatico, in un contesto montano così delicato?

Anche in Valle d’Aosta abbiamo avvertito un aumento delle temperature, che ci ha portati a modificare i tempi di vendemmia e gli interventi in vigna: non seguiamo più un calendario fisso, ma ci adattiamo ai ritmi della pianta. Crediamo che nei prossimi anni l’adattamento sarà essenziale, e le altitudini e le diverse esposizioni dei nostri vigneti saranno un grande vantaggio.

Qual è il vostro legame con i vitigni autoctoni valdostani? Quale sentite più rappresentativo della vostra identità?

Lavoriamo per reintegrare e valorizzare i vitigni autoctoni, vinificandoli in purezza e scegliendo affinamenti che li esaltino al meglio. I più rappresentativi per noi sono sicuramente la Petite Arvine e il Fumin. Stiamo anche facendo una bella selezione massale sulla Premetta, una varietà quasi scomparsa, e abbiamo riportato il Picotendro alle nostre altitudini. Inoltre stiamo sperimentando nuove varietà autoctone non ancora riconosciute.

Oggi l’enoturismo è sempre più centrale: come avete costruito la vostra proposta enoturistica e cosa la rende unica?

Negli ultimi anni l’enoturismo è cresciuto molto anche da noi: sempre più appassionati vogliono conoscere da vicino la zona di produzione e degustare i nostri vini. Per questo offriamo diverse esperienze: dalle degustazioni classiche alle cene e aperitivi in vigneto, fino alla possibilità di assaggiare vecchie annate in cantina.

Quali esperienze enoturistiche proponete a chi sceglie di visitare la vostra azienda?

Le proposte spaziano da quella più semplice, con tour della cantina e degustazione di 3 vini, fino a quella più completa che comprende anche la visita alle vigne e la degustazione di 5 vini. In estate proponiamo anche il picnic in vigna, con un cestino di prodotti tipici e una bottiglia a scelta. Inoltre organizziamo serate speciali, dove abbiniamo vini di vecchie annate o edizioni limitate a piatti creati appositamente.

Cosa volete che rimanga impresso nei visitatori che partecipano alle vostre attività in cantina o in vigna?

Vorremmo che portassero con sé il ricordo della qualità dei nostri vini e della passione che mettiamo in ogni fase del lavoro, oltre alla scoperta dei vitigni autoctoni e delle caratteristiche uniche dei vini di montagna.

Come è nata l’idea di “DegustaVigna 2025 | Calici di Colori, Sapori di Montagna” e cosa rappresenta per voi questa iniziativa?

Volevamo proporre qualcosa di diverso rispetto alla classica cena servita in vigna. Abbiamo pensato a un’esperienza più libera, dove il visitatore possa muoversi tra cinque aree diverse della Vigna Rovettaz, scegliendo liberamente cosa degustare e cosa assaggiare, in un contesto unico che valorizza ancora di più il contatto diretto con la vigna.

Dove vede Grosjean tra dieci anni? Quali sono le vostre prossime sfide?

Tra dieci anni mi vedo ancora qui in cantina, affiancato dai miei figli, a dare sempre più identità ai nostri vini. Con i nuovi terreni che abbiamo acquistato, l’obiettivo è arrivare a produrre circa 200.000 bottiglie l’anno e fare in modo che Grosjean diventi il nome di riferimento per la viticoltura in Valle d’Aosta. Mario Miranda


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