CAMILLERI SONO


di EMANUELA MEDORO*

L’AQUILA – Uso la classicità per descrivere l’opera di Andrea Camilleri che, partendo dalla storia della Sicilia, dalle mille facce in bilico fra passato e presente, narra l’Italia di oggi, la sua evoluzione nel tempo, da nord a sud.

Due anni fa al teatro greco di Siracusa Camilleri recitò il personaggio dell’indovino Tiresia.

Ormai non vedente, accompagnato al suo posto a fatica, con straordinaria vivacità di pensiero e con parola fluente e scorrevole, narrò prima la vita della persona Tiresia così come è tramandata dalla Grecia classica, poi esaminò il personaggio nella letteratura, e infine ricompose in sé stesso il dualismo di persona e personaggio.

Reso cieco, vedeva il mondo con più chiarezza.

Commovente la finale, ringraziando il pubblico per l’applauso augurò a tutti rivedersi lì, in quel posto, fra cento anni.

Un altro mito classico è stato usato per lui. In un’intervista qualcuno gli chiese se Montalbano non somigliasse a Ulisse. Rispose di sì, e il giornalista concluse dicendo che se il personaggio è l’Ulisse dei nostri giorni, l’autore è il nostro Omero.

L’opera di Camilleri comprende cento libri, romanzi storici e polizieschi.

La fonte prima sono due volumi che riportano un’inchiesta voluta dal Parlamento italiano sullo stato della Sicilia dopo l’unità d’Italia.

Sindaci, assessori, capi polizia etc. narrarono fatti realmente avvenuti che mossero l’immaginazione di Camilleri.

Così, dopo esperienze di regia teatrale e in Rai, incominciò a scrivere, nel 1978 pubblicò il primo romanzo Il corso delle cose.

Il personaggio più noto della sua opera narrativa è Salvo Montalbano. Amatissimo in Italia e nel mondo perché cerca la verità, con coerente onestà.

Nel lavoro è severo, acuto, vede oltre le apparenze, cerca e trova il volto nascosto dietro la maschera, per cui è rassicurante, dà la certezza che il bene vince sempre.

I collaboratori lo seguono con fiducia, gli piace la buona cucina, si innamora ed è anche fedele a Livia, vive in un posto delizioso, la terrazzina del villino della Marinella è nei sogni di tanti.

Nell’elaborare la lingua di Vigata, Camilleri ha inserito parole dialettali, inizialmente poche, poi sempre di più, esistenti o inventate, fino a giungere a testi scritti quasi del tutto in dialetto, esempio “Una lama di luce”, del 2012.

Per questo impasto linguistico, Camilleri dice: “Sono uno scrittore italiano nato in Sicilia…che usa un dialetto compreso nella nazione italiana, che ha arricchito la nostra lingua. Se l’albero è la lingua, i dialetti sono stati nel tempo la linfa di questo albero”.

Miracoloso il fatto che sebbene questo linguaggio sia stato creato di sana pianta dall’autore, i testi risultanti sono facilmente comprensibili da tutti.

Tradotti in tutto il mondo, i libri e le serie tv da essi provenienti hanno successo dovunque perché anche se nelle traduzioni svanisce la vivacità del dialetto, le trame sono solide, dense di significati etici e sociali.

Il titolo di questo breve ricordo di Camilleri (1925 – 2019) proviene dalla rivista MicroMega del maggio 2018, di cui, concludendo, riporto il titolo dell’articolo di Simonetta Agnelli Hornby: “Il Nobel non è degno di Camilleri”.

*anglista

Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.