Cronaca 20 Set 2024 19:38

Il capitale segreto delle mele: il caso-studio della Val di Non

Il capitale segreto delle mele: il caso-studio della Val di Non

TRENTO – Il Trentino-Alto Adige richiama la cultura della mela. Ancor più nello specifico è la Val di Non a portare avanti questa storia che va di pari passo con quella dello sviluppo economico del territorio. L’antica Anaunia celtica ha come capoluogo il comune di Cles, centro di coltivazione e smistamento di questo simbolico prodotto.

L’economia della Val di Non si basa sull’agricoltura, ma sono le mele, in particolare la varietà Golden Delicious, a fare da vero e proprio traino. Da Cles a Tret si percorre la Via dei Pomi, un itinerario dove il noneso, il dialetto locale, si sussegue senza ostacoli al tedesco, all’italiano e al sudtirolese. Inutile dire che la gastronomia di queste terre conti molte ricette a base di mele; immancabile lo strudel, ma presente anche in piatti salati per via del riuscito accostamento con speck e luganega.

La coltivazione della mela giunge in valle intorno al XVII secolo, soppiantando i più diffusi gelsi e viti per via della sua maggiore resa produttiva. Le prime testimonianze storiche di questa conversione risalgono all’Impero Austroungarico quando si diffusero a macchia d’olio le mostre ortofrutticole in questa zona del Trentino- Alto Adige. Solo nel 1989 nasce il marchio Melinda come unione delle cooperative locali per affermare la loro presenza sul mercato conferendo una reale identità territoriale al prodotto della Val di Non e della Val di Sole.

La mela della Val di Non Dop trova così la sua casa in queste terre risultato dell’azione dei numerosi corsi d’acqua che solcano le valli creando dei teatri naturali ideali per ospitarne la coltivazione. Ma cosa si cela dietro alle mele che si trovano ormai in qualsiasi supermercato italiano? Dietro ad un singolo frutto venduto a pochi centesimi si nasconde un intero capitale.

Supponendo di voler avviare un meleto, occorre considerare diversi fattori economici per far si che si abbia un buon reddito. Ogni coltivatore della Val di Non sa che per aver un profitto occorre ragionare su ampia scala, in quanto sarebbe pressoché inutile mettere a dimora solo poche decine di alberi. Dopo aver studiato il corretto rapporto tra superficie a disposizione e quanto piantare, non si deve scordare che un meleto inizierà a dare un buon raccolto solamente dopo il terzo anno e quindi l’investimento non avrà resa per il primo periodo.

Irrigazione, potatura, macchine e utensili non sono costi accessori, ma devono per forza di cose rientrare nel budget iniziale per valutare la possibilità di realizzazione del progetto. Solo percorrendo le strade della Val di Non è possibile imbattersi in moderni sistemi di protezione dalle calamità naturali. Un costo che si aggira sui 24mila euro per ettaro per un impianto ormai indispensabile.

Come mai, allora, le mele che troviamo sui banchi dei mercati hanno un costo così irrisorio? In primis per la resa agricola che dal sesto al quarantesimo anno diventa tale da poter garantire parte del sostentamento del campo. Nel corso degli anni gli agricoltori hanno imparato a trovare tecniche di lavorazione alternative per garantire il minimo spreco di materiale. È iniziata così la produzione di nuovi prodotti dal più classico aceto, fino alle polpe di frutta e ai succhi dove poter impiegare anche le mele non idonee alla vendita per caratteristiche estetiche.

Andando più nel dettaglio, in Alto Adige, a poca distanza dalla Val di Non, sono sorti diversi brand che impiegano l’AppleSkin, l’ecopelle derivata dagli scarti della mela. Un sistema di economia circolare che non solo consente di ridurre al minimo gli sprechi, ma in più permette di ammortizzare i costi. Pochi anni fa si parlava della Cartamela, fazzoletti e rotoli di carta realizzati con materiali destinati a diventare rifiuti, oggi si sono fatti nuovi passi avanti. Il business delle mele in Trentino- Alto Adige e nella Val di Non è ormai volto al futuro.

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