Cronaca 10 Dic 2023 09:29

La tradizione del presepe tra fede ed espressività artistica. Intervista all’antropologo Di Renzo

La tradizione del presepe tra fede ed espressività artistica. Intervista all’antropologo Di Renzo

L’AQUILA – Come tutti ben sappiamo, il presepe rappresenta una delle tradizioni più autentiche e sentite di festeggiare la ricorrenza del Natale. Una tradizione che, più ancora di quella nordica dell’abete, si connota per una sua intensa carica di simboli e di significati allegorici che molto spesso sfuggono alla consapevolezza di chi lo realizza.

Proprio per questo abbiamo voluto rivolgere alcune domande al prof. Ernesto Di Renzo (nella foto a Santa Maria maggiore, davanti al più antico presepe italiano realizzato nel 1290 da Arnolfo di Cambio), docente di Antropologia dei patrimoni culturali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata, affinché ci aiuti a capire cosa voglia dire fare il presepe.

Professore cosa può dirci riguardo la tradizione natalizia del presepe?

Il presepe, ossia la rievocazione figurativa della natività, è molte cose messe assieme: è un atto di natura devozionale; è una adesione a dei valori culturali tradizionalmente recepiti; è una pratica ludica che coinvolge indistintamente grandi e piccini; è un’espressione artistica incentrata attorno ad un tema religioso fondamentale; è una manifestazione di teatro popolare: ciò soprattutto in relazione alle numerose “rappresentazioni viventi” che sempre più spesso contrassegnano le celebrazioni natalizie del mondo rurale. Ma, prima di ogni altra cosa il presepe è essenzialmente una messa in scena dell’evento più importante per la storia della cristianità: la nascita del figlio di Dio. Una nascita che ogni anno viene riattualizzata nelle case, nelle chiese, nelle scuole e in molti altri spazi pubblici, attraverso la raffigurazione dei personaggi e dei luoghi che i testi evangelici ci hanno tramandato come propri della natività originaria. In questo senso si può dire che il presepe adempie, sebbene su un altro piano di espressività, alla stessa funzione che sappiamo essere propria dei riti: quella cioè di rendere presente un evento di cui il rito stesso vuole essere la sua simbolica riattualizzazione. Strettamente associata al significato commemorativo abbiamo poi la funzione devozionale: chi fa il presepe non è ovviamente un “non credente” bensì una persona che partecipa più o meno direttamente ai valori della religione, esprimendoli mediante un protagonismo spontaneo e diretto. Non bisogna infatti trascurare un fatto importantissimo dai profondi risvolti psicologici: colui che fa il presepe, colui che alle 24 della vigilia depone il bambino nella culla o toglie su di esso l’oggetto con il quale usualmente viene nascosto alla vista – batuffolo di cotone, paglia, merletto – è in qualche modo colui che guida la regia della nascita, divenendone l’artefice, il demiurgo. Il contenuto mentale di questo gesto, in genere delegato ai più piccoli, è come possiamo comprendere molto forte. Ma nello stesso momento in cui partecipa ai valori della religione, chi fa il presepe partecipa contemporaneamente anche ad un altro piano di valori: quello delle proprie tradizioni culturali. È noto infatti che il presepe è un simbolo natalizio specifico della tradizione culturale mediterranea, mentre l’albero decorato è tipico della tradizione culturale nordeuropea, sebbene da diverso tempo le cose non siano più così rigide nella loro configurazione originaria.

Esiste un modo giusto o prestabilito di fare il presepe?

Nell’allestimento del presepe non esiste una forma prestabilita con la quale la natività viene rappresentata. E sebbene i cliché tradizionali contemplino la presenza di elementi decorativi fissi e “necessari” – montagne, ruscello con acqua che scorre, cascatina, cielo stellato, stalla, ma anche pastori, artigiani, re magi, angeli bue, asino, – tuttavia esiste, ed è sempre esistito, un ampio margine per la creatività e la fantasia di chi lo costruisce. Questa creatività riguarda i materiali con i quali vengono realizzati tutti gli elementi scenografici, i soggetti che vengono rappresentati e le ambientazioni che fanno da sfondo al tema centrale della natività stessa. Per cui abbiamo presepi di cartapesta, di legno, di pietra, di sale, di corallo, di cera, di ciottoli di fiume o di mare; presepi che hanno per sfondo una dimensione agreste, pastorale, montana, marina, rurale, urbana. Ogni presepe, in definitiva rappresenta lo specchio delle sensibilità artistiche e delle realtà, sociali, storiche, economiche, culturali e direi anche zoologiche di coloro che lo allestiscono.

Riguardo a questo può dirci perché si è pensato proprio a un bue e a un asino per riscaldare la grotta di Betlemme?

Al di là di ciò che normalmente si pensa, la presenza del bue e dell’asino nella raffigurazione tradizionale del presepe non rappresenta una ovvietà legata alla particolare ambientazione rustico-pastorale della natività. In realtà si tratta di una presenza dal significato puramente allegorico il cui inserimento nell’iconografia del natale è assai antico e addirittura sembra anticipare quello della madonna e di san Giuseppe. Pensi che in una delle più antiche raffigurazioni della natività, si tratta di un bassorilievo tombale risalente agli inizi del IV secolo, i soggetti che appaiono ritratti assieme al bambino avvolto in fasce, sono un pastore assorto che si appoggia su un bastone e le teste di un bue e di un asino in posizione china verso il redentore. Niente altro.

Nel Vangelo non c’è traccia di questi due animali. Come è nata allora questa tradizione?

Sì, in effetti tanto nel vangelo di Luca che in quello di Matteo, i soli che fanno esplicito riferimento al discorso della natività, non si fa il benché minimo accenno al bue, all’asino ma anche agli altri animali, mentre di essi si parla in alcuni vangeli apocrifi risalenti ai primi secoli del cristianesimo. Tuttavia si tratta di testi, noi diremmo un po’ romanzati, che la chiesa non riconosce come ufficiali, e che dunque solo poche persone conoscono. La tradizione natalizia del bue e dell’asino pare si debba far risalire alle riflessioni dei primi padri della Chiesa. In particolar modo sarebbe stato Origene ad inserirli nella scena della natività sulla base di una sua interpretazione delle visioni profetiche di Isaia e di Abacuc in cui si parlava appunto del futuro messia che sarebbe nato in mezzo a questi due animali. La loro presenza si giustificherebbe dunque con la necessità di dare un riconoscimento simbolico a quel messia di Betlemme di cui parlavano gli antichi profeti.

Cosa rappresentava il bue nell’antichità?

Nel mondo antico, in particolar modo in tutta l’area del vicino oriente il bue ha sempre rappresentato un animale carico di valenze religiose, valenze che in parte sono poi scivolate nel successivo simbolismo cristiano. In particolar modo il bue è l’animale che esprime forza e potenza, è l’animale sacro che si presta al sacrificio divino ed incarna la stessa autorità sacerdotale e regale.

Cosa rappresentava invece l’asino?

Qui ci troviamo dinanzi ad un fatto del tutto singolare. Noi infatti riteniamo comunemente che l’asino sia un simbolo di testardaggine, di obbedienza ottusa e di ignoranza. Ebbene nel mondo antico le valenze simboliche di questo animale si presentano diametralmente opposte. L’asino è infatti spesso associato al sapere, e all’intelligenza umile. Inoltre rappresenta una eccellente vittima sacrificale da offrire agli dei, la cavalcatura degli immortali e delle divinità, ma anche la personificazione delle forze pericolose e malefiche. Secondo quest’ultima accezione, nel presepe, l’asino si contrapporrebbe al bue come le forze malefiche si contrappongono a quelle benefiche. Entrambe, comunque, sono chiamate a rendere la propria sudditanza alla nascita del redentore.

Ma il bue e l’asino non stati scelti forse anche per il loro carattere docile e mansueto?

In realtà mi verrebbe da pensare a qualcosa di diverso. Malgrado le loro doti di mansuetudine, di pazienza, di umiltà, di sottomissione che tutti noi conosciamo, e che ben si coniugano a svolgere la funzione di riscaldare con il proprio alito il bambino nato poverello, il bue e l’asino rappresentano nel quadro della natività due presenze fortemente simboliche: in particolar modo, secondo l’interpretazione degli antichi padri della Chiesa, mentre il bue rappresenta il popolo di Israele, quello stesso popolo che aveva portato su di sé il giogo della Legge divina rivelata a Mosè, l’asino rappresenta il popolo dei gentili, ossia il popolo dei non ebrei gravato dalla soma dei peccati dell’idolatria. Come dire: il messaggio della rivelazione appartiene tanto agli eletti che ai non eletti.

Fra gli animali che popolano il presepio non mancano mai le pecore. Perché sono sempre presenti?

Non dimentichiamo che nella religione ebraica le pecore, in particolar modo gli agnelli rappresentano la vittima sacrificale per eccellenza, il dono più gradito alla divinità che gli uomini possano offrire in sacrificio. Inoltre non dimentichiamo che nelle sacre scritture lo stesso Gesù è presentato con l’agnello di Dio. Tuttavia ritengo che la presenza delle pecore nel presepe esprima un significato di altro tipo: quello che permette di ricollegarsi alla figura dei pastori.

Perchè proprio i pastori come portatori di doni?

Attenzione. I pastori, così come noi li raffiguriamo nei nostri presepi sono sì dei portatori di doni, tuttavia nel linguaggio delle scritture rappresentano qualcosa di ben più importante. Essi sono i testimoni, gli spettatori privilegiati del grande evento che si è compiuto nella storia con la nascita del figlio di Dio. Perché proprio i pastori vengono chiamati a svolgere questa funzione? Direi innanzitutto perchè i pastori, a differenza degli agricoltori, sono persone che la notte sono costrette a stare deste dovendo vegliare sull’incolumità delle loro pecore, e quindi ben si prestano a svolgere un ruolo di testimoni notturni. Inoltre perché, secondo le parole di sant’Agostino, nei pastori si identifica l’intero popolo dei Giudei, laddove nei re magi, sempre secondo lo stesso padre della Chiesa, si identifica l’intero popolo dei gentili, ossia tutti i non ebrei. La contemporanea presenza dei pastori e dei magi nella scena della natività sta in definitiva ad alludere che il messia è nato per redimere l’umanità intera e non soltanto una parte eletta di essa.


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