MOVIDA L’AQUILA, SÌ ALLA COLLABORAZIONE NO AI MORALIZZATORI


L’AQUILA – Velocizzazione dei tempi per le autorizzazioni all’occupazione del suolo pubblico, che nonostante le procedure semplificate adottate proprio alla luce della crisi post-Covid saranno istruite non prima della metà di giugno, e la predisposizione di contenitori per i rifiuti temporanei almeno nelle serate di maggiore afflusso. E poi, nel lungo periodo, la realizzazione di bagni pubblici che scongiurino che i vicoli si trasformino in latrine.

Sono le richieste che i gestori dei locali di somministrazione del centro storico dell’Aquila rivolgono al Comune.

A due settimane dall’avvio della fase 2 e dalla possibilità di riapertura, in molti hanno deciso di non riaprire proprio in attesa di condizioni ottimali per garantire la sicurezza e la convivenza civile coi residenti, dai quali è già ripartito un generalizzato atto di accusa nei confronti della movida.

Antonio Tresca e Michele Gallucci gestiscono un cocktail bar e un pub-ristorante in piazza Regina Margherita e in via Garibaldi: il primo continua con il delivery, avviato quasi subito appena è scattato il lockdown, il secondo è tornato operativo con lo scattare della fase 2.

Entrambi, come decine di loro colleghi, credono che per un ritorno alla normalità serve collaborazione da parte di tutti, avventori – che devono essere rispettosi delle regole – e istituzioni, che devono creare le condizioni per un lavoro sereno e proficuo.

Ma il Comune – dicono – deve fare la sua parte con la velocizzazione delle autorizzazioni per l’occupazione del suolo pubblico, la predisposizione di maggiori punti di raccolta dei rifiuti e la pedonalizzazione di via Garibaldi.

“Stiamo mantenendo il servizio d’asporto, prepariamo drink serviti in contenitori di carta ma in questo modo vengono meno tutte le funzioni che svolge un’attività come la nostra”, dice Tresca, “che sono anche quella di offrire servizi igienici di cui la città è sguarnita piuttosto che alimentare una sana socialità”.

“In un momento storico delicato c’è il rischio che si acuiscano le tensioni sociali, credo sia un problema – aggiunge – la mentalità per la quale il locale rappresenta una movida da condannare ritengo sia obsoleta”.

“Avere un’attività come la nostra aperta significa garantire degli stipendi”, fa osservare Tresca, “siamo a tutti gli effetti degli imprenditori. Perché non ho riaperto? Perché per un’attività come la nostra, di piccola metratura, è molto difficile rispettare il distanziamento sociale riuscendo a sostenere i costi di gestione”.

“Ho deciso di riaprire anche con il servizio di ristorazione, riscontrando però vari problemi – ammette Gallucci – a partire dalla forte contrazione di presenze che, ritengo, sia dovuta a una generalizzata mancanza di risorse da parte delle famiglie. Proviamo a rispettare tutte le regole ma la capienza del locale è molto più ristretta rispetto a prima, la ripresa sembra più rapida sul fronte della somministrazione delle bevande soprattutto a partire dal giovedì”.

“Prima di essere gestori che somministrano alcolici siamo imprenditori che creano lavoro e danno un servizio offrendo l’opportunità di socializzare”, fa notare, “chiediamo comprensione e sostegno nell’impegno di mantenere la città pulita e non fare assembramenti”.

“Se le misure del Comune sono sufficienti? Servirebbero più punti di raccolta dei rifiuti, raccogliamo giustamente lamentele da parte dei residenti”, conclude Gallucci.

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