VINI D’ALTURA, ALL’OSTELLO DI CAMPO IMPERATORE LE BOTTIGLIE AFFINATE IN QUOTA ABBINATE AI PIATTI DEGLI ALLIEVI DI ROMITO


L’AQUILA – Una scommessa, come spesso accade, vinta sul campo superando gli scetticismi iniziali. Nascono così i vini d’altura di Biagi, cantina di Colonnella (Teramo) che sei anni fa ha assecondato le velleità di Bruno CarpitellaLorena Lucidi di far affinare in quota una manciata di bottiglie. Il risultato è stato sorprendente e oggi da una modestissima quantità si è arrivati a 2.400 unità di sei aziende da tutta Italia.

Domenica all’Ostello di Campo Imperatore un appuntamento esclusivo, condotto da Serena Specchi di Decanter, ha fatto conoscere al pubblico le straordinarie qualità organolettiche di vini che vengono trasportati ad alta quota alla prima grande nevicata, vi restano fino al disgelo e l’anno successivo vengono messi in commercio: Carpitella ne ha fatto un marchio a tutti gli effetti, Vini d’Altura, che li distingue da tanti vini prodotti ad alta quota, esempi di viticoltura eroica.

Un pranzo preparato dagli allievi del 17esimo corso dell’Accademia Niko Romito e una masterclass comparativa – condotta dal sommelier Filippo Fratini – che ha offerto l’opportunità di analizzare le trasformazioni che intervengono nei vini dopo l’affinamento, hanno concluso una tre giorni iniziata venerdì con escursioni e degustazioni di Vini d’Altura di diverse regioni italiane, in collaborazione anche con il tour operator di Penne (Pescara) Wolf Tour.

“Nel 2016 abbiamo deciso di modificare l’approccio empirico che avevamo portato avanti per anni che ci aveva fatto capire che il vino beneficia di un periodo in alta quota in condizioni invernali, facendolo diventare un vero e proprio prodotto diventando, da quel momento, affinatori per le aziende produttrici”, ha raccontato Carpitella. “In pochi anni siamo passati da sperimentazioni su diversi vini ma per poche decine di bottiglie, ad affinare 2.400 bottiglie l’anno”.

“La sperimentazione si è svolta su centinaia di prodotti diversi che abbracciano tutto il territorio nazionale, siamo riusciti a realizzare una campionatura dei vini più rappresentativi d’Italia. Questo ci ha insegnato che tutte le tipologie, dal bianco fresco ai rossi più strutturati, beneficiano, ognuna a modo suo, di questo periodo di affinamento”.

“Nel periodo di affinamento il vino resta in condizioni del tutto diverse da quelle che sono considerate ottimali, quindi bassa pressione, temperatura bassa e costante, umidità altissima. Sono condizioni chimico-fisiche speciali”, evidenzia. “Al momento del recupero, tra maggio e giugno, il vino viene ‘formattato’ grazie agli ultimi processi che si innescano con la risalita della temperatura”.

“È nata come un gioco”, ammette Luca Biagi, insieme al fratello Fabrizio alla guida dell’azienda, “ma abbiamo già avuto i primi apprezzamenti da parte del pubblico, abbiamo fatto diverse degustazioni ricevendo pareri favorevoli”.

“Abbiamo dedicato una piccola parte della produzione all’affinamento in altura, una nicchia per chi ama bere qualcosa di diverso”, aggiunge. Cinque le linee di vini Biagi affinate in altura con la consulenza dell’enologo Carmine De Iure: Trebbiano, Pecorino, Cerasuolo, Montepulciano e spumante. Sotto la neve, come se si scavasse una truna, senza capsule, dopo un’accurata scelta dei luoghi, privilegiando posti in cui la neve tarda a sciogliersi grazie ad altitudine ed esposizione affinché possano rimanere il più tempo possibile ricoperti dalla coltre.

I vini raggiungono risultati straordinari “grazie a un’irripetibile concorrenza di condizioni ambientali e di caratteristiche geologiche e microclimatiche”, ha spiegato l’enologo.

“Ispirati da un’antica tradizione pastorale, spinti dalla passione e grazie ad alcune soluzioni tecniche perfezionate nel tempo, i Vini d’Altura riescono a sintetizzare la purezza dell’alta montagna”.

“Quando in cantina facciamo fare tre strade diverse, legno, vasca e acciaio, in poche settimane i vini prendono sfumature diverse, questi prodotti affinati in quota”, ha rilevato De Iure, “potrebbe essere che risentono delle cariche elettrostatiche che in montagna sono molto presenti e influiscono su integrità, fragranza e piacevolezza che poi troviamo in bottiglia. È giusto indagare l’evoluzione chimica, ma non trascurerei anche la parte fisica”.

Il menù servito: pane e cicoria abbinato al Trebbiano d’Abruzzo doc 2017; spezzatino di melanzana in agrodolce, cipolla rossa, olive e nere e capperi abbinato a Cerasuolo d’Abruzzo doc 2018; raviolo con ricotta di pecora e erbe di campo abbinato a Pecorino Igt Colli Aprutini 2019; stufato di agnello con crema di patate e salsa al sedano con Pecorino Igt Colli Aprutini 2018; Pandolce Niko Romito tostato, gelato fior di latte, ciliegie speziate al Montepulciano abbinato a Montepulciano d’Abruzzo doc 2013.

Presente il direttore dell’Accademia, Fabio Bucciarelli, e gli chef tutor Claudio Bellavia e Davide Mazza, che hanno coordinato il lavoro degli allievi.

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