DA FRANCESCO DE MARCHI A UPIX: TRA GROTTE E VECCHIE MINIERE, IN ABRUZZO IL FASCINO MISTERIOSO DELLE CAVITÀ SOTTERRANEE


L’AQUILA – Quando si pensa agli esploratori l’immaginario va ai grandi navigatori che nel Quattrocento cercavano i nuovi continenti, o a chi nei secoli ha tentato di scoprire i segreti delle foreste, dei deserti e dei ghiacciai. Quasi mai la mente va a cosa c’è sotto terra e alla disciplina che studia le cavità sotterranee: la speleologia.

Eppure, anche l’Abruzzo interno è denso di grotte, per le caratteristiche peculiari dell’Appennino centrale. Le cavità vengono studiate, esplorate e talvolta scoperte da alcuni gruppi che si occupano di speleologia. Uno dei più attivi è il Gruppo grotte e forre “Francesco De Marchi” (Ggfaq), un gruppo speleologico afferente alla sezione aquilana del Club alpino italiano (Cai).

Incontriamo gli uomini e le donne del gruppo nella sede del Cai aquilano, tornato dopo il terremoto del 2009 nei locali storici di via Sassa, a un passo da piazza Duomo. È qui che si riuniscono, che pianificano uscite in grotta e tengono corsi di tutti i livelli, con lo scopo di divulgare le virtù e la bellezza della speleologia.

I locali sono affollati. Ci sono giovani che provano le corde, e su un grande tavolo di legno decine di caramelle sparse e una maschera da Befana ci ricordano le feste natalizie appena terminate.

La speleologia è una disciplina scientifica. Gli speleologi studiano le cavità sotterranee, naturali ma anche artificiali, come le vecchie miniere, i cunicoli, le cisterne o le reti sotterranee metropolitane.

Con l’aiuto dei satelliti e dell’alta tecnologia si sa praticamente tutto delle terre emerse, mentre l’esplorazione del sottosuolo ha ancora tanti lati oscuri, al pari degli abissi oceanici.

“I nostri ambienti sono le grotte, le strettoie, le gallerie e i saloni sotterranei – racconta a Vq Mattia Iannella, referente del Ggfaq – ci spostiamo utilizzando corde e attrezzature specifiche per la progressione nel vuoto. Ci vogliono conoscenze geografiche e geologiche, bisogna avere pazienza, esperienza e cautela, perché una grotta può rimanere chiusa e sconosciuta anche per migliaia di anni”.

In Abruzzo ci sono circa 300 cavità naturali conosciute, esplorate e registrate nei catasti della Società speleologica italiana. Si tratta di un numero consistente, generato dalle caratteristiche calcaree del Gran Sasso e, in generale, dell’Appennino. E tuttavia nettamente inferiore ad altre aree del Paese, come il Carso triestino, dove si stima ci siano più di 3.500 grotte. Un eldorado per gli appassionati.

“Come per tutto, ci sono diversi livelli di approccio alla disciplina – dice Iannella, che nella vita fa lo zoologo – per tutti, però, l’obiettivo è sempre lo stesso: scendere, esplorare, e poi condividere raccontando”.

Per raggiungerlo, questo obiettivo, diverse sono le azioni messe in campo: vengono organizzate facili passeggiate anche per chi non è mai stato in una grotta; si tiene una volta l’anno un corso teorico e pratico, mentre i più esperti forniscono assistenza a geologi, biologi e archeologi. Studiano e “sezionano” la grotta, ricostruendola in 3D attraverso rilievi con distanziometri laser, per poi consegnare i dati al catasto regionale: “È così che condividiamo il nostro sapere con la collettività, l’aspetto più bello della nostra attività”, sottolinea il giovane speleologo aquilano.

Il gruppo, che conta una sessantina di soci, è attivo ininterrottamente dal 1996. Venne intitolato a Francesco De Marchi, avventuroso capitano fedele a Margherita d’Austria, tra i primi a metà del XVI secolo a esplorare geograficamente l’Appennino abruzzese.

Oltre a essere noto per la prima scalata ufficiale del Corno Grande sul Gran Sasso, nel 1573, De Marchi è infatti conosciuto e ammirato anche per aver documentato la Grotta a Male di Assergi, frazione montana dell’Aquila, attraverso una relazione scientifica: la prima visita speleologica propriamente detta della storia, in Italia e probabilmente nel mondo.

Da allora la speleologia è diventata una disciplina scientifica complessa all’interno della quale, ad esempio, esiste anche la particolare categoria degli speleosub, coloro che attraversano a nuoto fiumi e laghi sotterranei per arrivare oltre e continuare a esplorare.

Il fascino oscuro delle cavità, per secoli spauracchi delle popolazioni – perché ritenute “tane” di spiriti, draghi e diavoli – oggi viene raccontato anche attraverso la fotografia. Cinque appassionati (di cui quattro facenti parte del “De Marchi” e uno dello Speleo Club di Chieti) hanno fondato tre anni fa uPIX, abbreviazione di “under pixel”. Vale a dire il racconto delle cavità attraverso la fotografia ipogea.

Acquedotti, grotte e miniere: fare fotografie nelle cavità significa fare i conti con la fatica, ma anche avere il privilegio di documentare una rara bellezza. “Oltre a tutte le accortezze di quando si scende normalmente in grotta, bisogna considerare almeno sette chili di materiale fotografico addosso, l’umidità, il fango, l’acqua e la polvere”, raccontano a questo giornale Valeria Miele e Luca Castellani, tra i più attivi del collettivo fotografico.

E poi le mille accortezze da prendere ai fini della preservazione di un ambiente così delicato, e l’utilizzo degli strumenti di rilevazione, che oggi fortunatamente permettono di verificare le carenze di ossigeno o gli accumuli di gas.

Un mondo tanto oscuro quanto affascinante, che ha portato i ragazzi e le ragazze di Upix a rendersi riconoscibili a livello nazionale e non solo: “Fotografiamo spesso le grotte in Slovenia, e qualche mese fa saremmo dovuti andare nella Cappadocia turca a fotografare, ma il viaggio è stato rinviato a causa l’invasione della Siria”, evidenziano con una punta d’orgoglio.

Con gli speleologi di uPIX si scende anche in miniera, laddove ottenere autorizzazioni per entrare e fotografare è più difficile, ma non impossibile. Nelle vecchie miniere della Majella pescarese ci sono particolari concrezioni di bitume. Vengono fotografati carrelli, infrastrutture, rotaie, binari, ascensori, ma anche vecchie scarpe abbandonate, scatole di esplosivi e scritte sui muri, ormai indelebili, realizzate dai minatori per segnare nella storia il loro passaggio sotto il suolo.

Un filone della speleologia industriale davvero sorprendente, che trova patria anche in Abruzzo. Oltre alla zona della Majella, infatti, sono presenti miniere anche a Campo Felice e Rocca di Mezzo (L’Aquila) e persino nei pressi di Pianola, frazione dell’Aquila vicinissima al centro storico del capoluogo. Per non parlare poi del Veneto, della Sardegna o della Toscana, dove sono persino più conservate.

La prima mostra di Upix è stata allestita all’ultimo raduno nazionale di speleologia sulla Majella, che ha visto lo scorso autunno la partecipazione di oltre duemila persone. Ma i cinque fotografi abruzzesi (oltre a Valeria e Luca, anche Marco Castellani, Alberto Di Fabio e Luciano Cavalieri) sognano di andare al meeting internazionale di fotografia ipogea, che il prossimo anno si terrà a Cuba.

Chissà che non ci riescano. E chissà se in questo decennio, appena agli inizi, gli speleologi del Gruppo grotte e forre “Francesco De Marchi” scopriranno nuove cavità.

In ogni caso, l’obiettivo è sempre lo stesso: esplorare, raccontare, condividere.

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