L’AQUILA FLAMENCA, IL PROGETTO SULL’ARTE UNIVERSALE DELLA BAILAORA RAFFAELLA MARTELLA


L’AQUILA – Il 16 novembre 2020 saranno dieci anni da quando l’Unesco decise di inserire il flamenco nella sua preziosa Lista dei Patrimoni immateriali dell’umanità, dando finalmente a questa espressione del vivere e del sentire il rango di arte universale.

L’Andalucia, con le sue misteriose atmosfere moresche e il suo ricco patrimonio musicale è la patria d’elezione dell’arte del flamenco.

Tuttavia, un alone di mistero sempre più denso avvolge tutto ciò che riguarda questa arte mano a mano che si torna indietro nel tempo.

Sconosciuti sono, infatti, gli inizi del flamenco, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che risentono inevitabilmente delle mille sfumature che ogni popolo ha lasciato sulla terra andalusa: dai Fenici nel I millennio fino alla tradizione musicale ebraica, passando per il fondamentale apporto della cultura araba e arrivando ai Gitani, gruppo etnico nomade prima accolto e poi relegato ai margini della società andalusa dopo un lungo peregrinare che si perde molto probabilmente in India tra il V e il X secolo d.C..

Se la flamentistica si divide ancora oggi sulle origini della parola flamenco, è l’archeologia a restituire il filo conduttore della storia millenaria di queste popolazioni. Sono il ballo e la musica gli elementi comuni delle testimonianze antropologiche giunte fino a noi e i bassorilievi e le tavolette raffiguranti danzatrici e strumenti simili alle nacchere ne sono la prova evidente.

Sono i Gitani a essere diventati, nei secoli, i custodi di quest’arte oggi universale facendo del triangolo su cui furono costretti a fermarsi – Siviglia, Cordoba e Cadice – la cornice di un’eredità millenaria che è quella tipica del bacino Mediterraneo.

L’autentica e più alta espressione del flamenco, di cui i palos ne sono l’essenza ritmica, è il cante, per poi arrivare al toque e al baile, rispettivamente la musica e la danza, quest’ultima manifestazione più popolare, individuale e astratta: quella del flamenco è una danza introversa, interna, che è stata definita tellurica, con movimenti di grande gravità e rivolti verso il basso.

Quello che il bailaor o la bailaora raccontano sono sentimenti ed emozioni di un’intensità che va oltre la complicata tecnica.

Si passa dalla tristezza, alla malinconia alla gioia più sfrenata fino ad arrivare a uno stato di “ipnotica concentrazione” determinato dal ripetersi infinito del compás e che, con il realizzarsi di una profonda compenetrazione tra tutti i suoi elementi, può dare vita al famoso duende, forza devastante che trascina interpreti e pubblico in un’estati collettiva.

Come ogni storia millenaria, l’arte del flamenco ha bisogno di essere protetta, sentita, vissuta e raccontata e lo sta facendo a L’Aquila la bailaora professionista Raffaella Martella, romana, che, nel decennale del sisma, ha dato vita al progetto “L’Aquila Flamenca”, e che a Virtù Quotidiane si racconta.

“Il flamenco per me è l’arte tra le più complete che ci siano. Musica e danza, tradizione, storia e poesia, ascolto, sostegno, condivisione e comunicazione. A un livello più personale – dice – è la mia gioia, la mia frustrazione, la mia malattia, la mia cura, la mia passione viscerale, il mio sostentamento. In una parola, la mia vita”.

La passione per il flamenco inizia casualmente 17 anni fa quando, per seguire una sua amica a un corso amatoriale allo Ials (Istituto di addestramento lavoratori dello spettacolo) di Roma, Raffaella inizia la sua avventura con Carmen Fuentes, bailaora de Huelva, “che proprio lo scorso anno ci ha lasciato”, ricorda.

“Le sono immensamente riconoscente per l’amore che mi ha trasmesso per questa arte sin iguales. Posso dire senza ombra di dubbio che si è trattato di amore a prima vista anche perché più studiavo e più cresceva il desiderio di voler approfondire. Iniziai ad intensificare le ore di studio, lavorando con vari maestri di Roma e partecipando ogni qual volta mi era possibile a numerosi stage con maestri spagnoli”.

Dopo anni di totale dedizione, numerosi viaggi in Spagna per studiare, precarietà e difficoltà, dovute al fatto che questo lavoro non è affatto semplice, ancora meno fuori dalla sua terra di origine, la bailaora viene chiamata a far parte di due tra le più importanti compagnie di flamenco a Roma, Flamenco Lunares di Carmen Meloni e Flamenco Vivo, allora di Lara Ribichini e Dario Carbonelli, “cosa che mi ha spinto a voler continuare fortificando il mio desiderio di volermi dedicare a questa arte al cento per cento”.

È stato quando Ester Bucci, sua cara amica, originaria di Bussi sul Tirino (Pescara) e insegnante a L’Aquila per diversi anni, decise nel 2012 di trasferirsi a Torino, chiedendo proprio a Raffaella di prendere il suo posto per non lasciare le sue allieve orfane di insegnante. Comincia così l’avventura di Raffaella a L’Aquila.

“La grande affluenza ai corsi di flamenco a L’Aquila, dove per 15 anni la stessa Carmen Meloni aveva insegnato, è finita con il terremoto. Nonostante le grandi difficoltà, Ester quasi da subito ha voluto ricominciare per dare, a modo suo, un segnale di vita, di voglia di ripresa e volontà di andare avanti dopo il terribile colpo, sapendo che per le allieve aquilane il flamenco era una grande passione e poteva essere un momento di svago e di riunione dopo il terribile sisma del 2009”.

È negli ultimi tre anni che si sono visti i frutti dei tanti sacrifici di Raffaella e delle sue allieve che con determinazione e speranza oggi, al Teatro dei 99 di Loredana Errico che compie 30 anni di attività tra musica, danza e spettacolo, possono finalmente affermare che il flamenco a L’Aquila è rinato.

“Il successo dell’anno scorso mi ha dato la spinta ad investire ancor di più sul mio lavoro d’insegnante. Una tra le cose belle, è stato il gemellaggio tra L’Aquila e Pescara, in cui si sono unite le forze e le energie per realizzare lo spettacolo di fine anno insieme, in entrambe le città. Questa apertura e questa fusione mi hanno ispirato”, spiega Raffaella.

“Ho voluto pensare al corso, non solo come un appuntamento settimanale di svago ma come un progetto. Stimolare me, dare un significato più intenso a quello faccio, e stimolare chi ne fa parte. Un progetto di studio che riunisce tante persone, mosse da uno stesso interesse. Un progetto per e di L’Aquila. Un’arte, tra le tante, da poter divulgare e attraverso la quale comunicare, offrire momenti di condivisione, una realtà in più da inserire nella nuova rete di vita che pian piano si sta ricostruendo dopo il 2009”.

Questo desiderio ha fatto nascere L’Aquila Flamenca e il primo passo è il Ciclo Masterclass, che prevede una serie di appuntamenti mensili domenicali. L’obiettivo è creare un circolo virtuoso che possa arricchire chiunque ci capiti dentro, grandi e piccoli, uomini e donne, futuri professionisti e amatoriali.

“Ho imparato sulla mia pelle che per crescere bisogna confrontarsi sempre con nuove e diverse realtà, e per questo motivo ho voluto dare l’opportunità a chi mi segue di studiare anche con altri insegnanti”, racconta Raffaella.

Iniziato a ottobre, il primo incontro ha ospitato la sua cara amica e collega Michela Mancini, bailaora e insegnante a Roma, “compagna di formazione e di compagnia. Con lei le mie allieve hanno potuto scoprire ed approfondire il magico mondo del abanico (ventaglio) e soprattutto del manton (grande scialle), entrambi complementi utlizzati nel baile flamenco. A novembre, l’incontro è stato con Ester Bucci. Non poteva essere diversamente. È stata una grande emozione per lei tornare a insegnare a L’Aquila”.

“I prossimi appuntamenti saranno a fine gennaio con Carmen Meloni, tra le più grandi del flamenco aquilano e italiano, maestra con la quale sono cresciuta e capo della compagnia Flamenco Lunares con la quale ancora collaboro, mentre a marzo avrò il piacere di ospitare una giovane artista urugayana, residente ormai da molti anni a Siviglia, Tatiana Ruiz”.

Lasciamo la bailaora Raffaella Martella con una frase che in poche parole racconta l’essenza della sua arte: “Non siamo noi a scegliere il flamenco, è lui che sceglie noi!”.

“Dalla terra, quella musica viene dalla terra, viene dalla contesa, dall’assalto, dall’oscura spinta delle arterie del pianeta – scrive Francisca Aguirre su Flamenco – . Viene dalla preponderanza del fuoco, dal confuso linguaggio dei giacimenti, dallo sconforto dei minerali. Quella musica è cieca come le radici, ostinata come i semi. Sa di terra come la bocca di un cadavere, viene dalla terra ed appartiene alla terra: geologica risonanza. Quella musica è oscura come la corteccia, compatta come i diamanti. Non dispone: mostra la vorace certezza di ciò che è vivo, la vertigine che va dal substrato alla calamità che grida. Quella musica racconta il buco che dilata la sua ascendenza negli uomini. Quella musica è tale buco, un sordo abisso che reclama la prima solitudine, il primo pianto nella prima notte”. Luisa Di Fabio

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