Cantine Balbiano, un’azienda nata in guerra
TORINO – Si dice che nei momenti di grande crisi nascano le idee e le opportunità migliori. Questo sembra proprio ciò che successe con Melchiorre Balbiano che creò l’Azienda Vitivinicola Balbiano ad Andezeno, paesino della collina torinese, il 14 settembre 1941, in pieno secondo conflitto mondiale.
I primi anni sono difficili, come si può ben immaginare. Solo nel dopoguerra inizia la grande ripresa economica per l’Italia, e così anche per Balbiano che oggi, a distanza di decenni, rappresenta una delle realtà più affascinanti e longeve nel panorama enologico piemontese.
Le origini: la passione per la terra e per l’uva
Prima di dedicarsi alla vinificazione, Melchiorre era un agricoltore impegnato nella gestione di diverse cascine, coltivando mais, grano, meliga e allevando bovini. Ma la sua vera passione era il vino, e questo lo portò a intraprendere l’attività di mediatore di uve, un mestiere molto diffuso all’inizio del novecento, ottenuto dopo aver ricevuto il permesso di vendita all’ingrosso di vini e uve dal podestà di Andezeno.
E in quegli anni nei dintorni di Torino, e in generale in Piemonte, uno dei vitigni più coltivati era il freisa. Balbiano si lega indissolubilmente a questo.
Franco e l’innovazione del Freisa
Passano gli anni, il secondogenito Francesco, per tutti Franco, dopo aver aiutato il papà imparando il mestiere in vigna e in cantina, prende definitivamente le redini dell’azienda, apportando importanti innovazioni nella vinificazione, soprattutto nell’ultimo decennio del secolo scorso.
Si passa dalla vendita sfusa o in damigiana alla bottiglia, e grazie anche all’introduzione della fermentazione a temperatura controllata, il freisa diviene un vino secco da pasto, ottenendo riconoscimenti e contribuendo al loro stesso prestigio, e portando il nome Balbiano fino al mercato statunitense.
Si cambia anche nelle strutture. La settecentesca cascina di campagna della famiglia si trasforma in cantina di produzione, e poi anche in enoteca ed in museo.
I Musei Balbiano, custodi della memoria storica
Infatti nel 1990, proprio per iniziativa di Franco, si inaugura il Museo Balbiano, che ospita oltre 2.000 oggetti agricoli e artigianali usati dagli antenati contadini del XX secolo.
Accanto a questo ne nasce un secondo, il Museo del Giocattolo, una collezione di 600 giocattoli antichi, con pezzi unici acquisiti dai mercatini delle pulci e donati da amici e vicini, dall’Ottocento alla fine degli anni ’50 del Novecento, e che in molti casi sono stati riprodotti sulle etichette dei vini.
Un’incredibile iniziativa che riflette la volontà della famiglia di preservare e condividere la cultura e le tradizioni locali con i visitatori.
Il Vigna della Regina: un progetto di recupero storico
Uno dei progetti più significativi nella storia di questa azienda è stato il reimpianto del vigneto di Villa della Regina a Torino. Nato dall’amore per la propria terra, soprattutto quello per il capoluogo piemontese, la decisione di far rivivere un vigneto con 400 anni di storia, ma abbandonato da decenni, trasformandolo in una delle pochissime vigne urbane del mondo.
Nel 2004 si piantano circa 2.700 barbatelle su un ettaro di terreno della storica villa, restituendo finalmente alla città un pezzo della sua tradizione vinicola, e nel 2009 il sogno diventa realtà, con l’uscita della prima vendemmia del Vigna della Regina, diventato Doc nel 2011 ed ora Freisa di Chieri Superiore Vigna Villa della Regina.
L’evoluzione familiare: dalla seconda alla terza generazione
Oggi è Luca Balbiano, la terza generazione della famiglia, che continua l’opera di innovazione e valorizzazione, esportando i loro vini in Italia e all’estero, e mantenendo un legame indissolubile tra le Cantine Balbiano e il territorio torinese.
Un compito che svolge in giro per il mondo, con un’idea ben precisa di comunicazione.
“Il vino è una cosa difficile”, dice. “Farlo, capirlo, raccontarlo, studiarlo, e poi bisogna essere estremamente bravi a provare a portare il messaggio in modo semplice, anche perché non è mai uguale a sé stesso. Il rischio nel portarlo al pubblico generico, in una maniera leggera, è spesso quello di banalizzare il concetto o di buttare in caciara. C’è questo sottile confine fra il divieto assoluto di essere respingenti, incomprensibili, estremamente tecnici. L’amore te lo puoi far spiegare da un neuro scienziato o da un poeta. In entrambi i casi in modo convincente, ma io preferisco un poeta. E il vino più o meno è la stessa cosa, un po’ come faceva Mario Soldati nei suoi libri. Chi sa solo di vino non sa niente di vino. Saperlo raccontare in maniera appassionante è diverso. E portare l’uditore dentro il tuo racconto fa venire voglia di appassionarsi, di girare per le cantine, di conoscere le storie”.
Un’ulteriore conferma di come la passione per la viticoltura, unita a innovazione, rispetto per le tradizioni, e la sua comunicazione, possa dar vita a un’impresa di successo.
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