Elena Fucci, la produttrice che ha salvato i vigneti della Basilicata dove con il Covid nessuno ritirava le uve
BARILE – Una tradizione quasi centenaria viene scardinata dal Covid e lascia a terra tantissimi piccoli coltivatori. Nasce da quella che poteva essere una crisi per un intero territorio, economica, ma anche culturale e paesaggistica, con vigneti che rischiavano l’abbandono, E&A Fine Wines, un progetto sociale vinicolo partito in Basilicata, a Barile, nella provincia di Potenza, dal 2022 e che in men che non si dica si è ritrovato coi prodotti dritti dritti nei mercati internazionali.
A crearlo sono stati la produttrice Elena Fucci, enologa e fondatrice della omonima cantina, nota in tutto il mondo per Titolo, il vino a base di Aglianico del Vulture declinato in varie edizioni speciali, e suo marito Andrea Manzani.
Proveniente da una famiglia di vinificatori per terzi, nel 2000 Elena decide di iscriversi alla facoltà di Agraria e di diventare vignaiola, quando la famiglia si trova di fronte a un bivio: vendere o meno i vigneti e con essi la “casa in cui ero nata. Mi sarei diplomata quell’estate e mi sarei iscritta a Ingegneria genetica”, racconta Fucci a Virtù Quotidiane, “ma di fronte a quella opzione non ho esitato”.
Inizia così, da una cantina sotto casa, che oggi è la barricaia, la storia di Elena Fucci che quest’anno celebra 25 anni di attività e che ha reso il suo Titolo (dal nome di Contrada Solagna del Titolo a 600 metri sul livello del mare in cui crescono i vigneti) un vino iconico.
“Produciamo circa 35 mila bottiglie l’anno e alla versione classica, affinata in barrique, aggiungiamo ogni anno alcune edizioni speciali, che sono il Titolo Superiore e il Titolo Superiore riserva che fanno un lungo affinamento in legno, più la versione Amphora, che viene vinificata e affinata nelle anfore di terracotta di Impruneta”.

C’è una regola su cui Elena Fucci non transige. “Vinifichiamo esclusivamente le nostre uve, dei sette ettari e mezzo che sono tutti intorno all’azienda. Raccontiamo un cru e siamo la punta più alta della Docg di Aglianico del Vulture”, chiarisce.
Di fronte a questo punto fermo e alla richiesta arrivata da conferitori della zona che hanno cominciato dopo il Covid a proporre le loro uve alla cantina Fucci, scatta la scintilla in Elena e suo marito Andrea: “Nella nostra zona c’è sempre stata una usanza. Ogni anno venivano privati dalla Campania a comprare dai coltivatori le uve per fare il vino in casa. Era una tradizione che durava da almeno 80 anni”, spiega.
Il Covid però ha cambiato tutto. I “napoletani”, come per convenzione gli abitanti della zona chiamavano tutti coloro che dalla Campania andavano a rifornirsi di uve, hanno smesso e i coltivatori si sono ritrovati a bocca asciutta, senza più un mercato di fronte.
“Rispetto alle cooperative”, analizza la produttrice, “quelle uve venivano pagate bene e subito. Fin dai primi del ‘900 ci si metteva coi carretti in un grande piazzale di fronte la stazione, così che le uve potevano partire rapidamente”.

Quando alcuni di questi conferitori, anche memori del rapporto di amicizia che avevano con il nonno di Elena, si presentano in cantina per proporre le loro uve, Andrea non sa dire di no e ne acquista una partita. “Abbiamo deciso di creare un brand nuovo. Abbiamo fondato E&A Fine Wines, che consideriamo il nostro progetto sociale”, prosegue la produttrice.
Da quel marchio escono fuori i vini Verha (il cui nome in lingua arbereshe diffusa a Barile, una delle cinque comunità albanesi della Basilicata), in versione rosso, bianco e rosato. Il rosso è 100 per cento Aglianico, il rosato è un 20 per cento Primitivo e 80 Aglianico, e il bianco 100 per cento Sauvignon Blanc.
“Sono vini che si approcciano a un pubblico giovane, facili da sbicchierare, che fanno solo acciaio, che escono subito sul mercato. Anche il packaging è fresco, con tappo in sughero riciclato e un cartone anch’esso in carta riciclata”, specifica Fucci.
“Stanno avendo un bel riscontro e per il momento produciamo un cinquemila bottiglie per tipo. La Basilicata è una regione piccola perché siamo appena 480 mila abitanti, con uno spopolamento previsto nei prossimi 3 anni di 160 mila persone, ma l’estensione è ampia. Se non comprassimo quelle uve, i contadini abbandonerebbero quei vigneti. Questo sarebbe un impoverimento generale, culturale, ambientale e paesaggistico. Immaginiamo che giungle diventerebbero quei campi. Con questo progetto puntiamo a preservare il territorio”.
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