Ristoranti e insegne 09 Apr 2026 09:20

La storica pescheria Gallina di Torino raccontata da Beppe, quarta generazione: “Stagionalità, provenienza, utilizzo. Così educo i clienti”

La storica pescheria Gallina di Torino raccontata da Beppe, quarta generazione: “Stagionalità, provenienza, utilizzo. Così educo i clienti”
Beppe Gallina

TORINO – Nel cuore di Porta Palazzo, dove il mercato è identità prima ancora che commercio, la storia di Beppe Gallina si intreccia con quella della città. Oltre un secolo di tradizione familiare che oggi si traduce in qualcosa di più di una pescheria: un ecosistema fatto di banco, cucina, racconto e visione.

Quarta generazione di pescivendoli, Beppe Gallina ha trasformato un mestiere antico in un progetto contemporaneo, dove il prodotto convive con la divulgazione, la sostenibilità e un’idea di accoglienza autentica.

Lo abbiamo incontrato per ripercorrere una storia familiare che attraversa il tempo e per comprendere come un mestiere tradizionale possa evolversi senza perdere le proprie radici.

Chi è Beppe Gallina?

È un bambino di sei anni che il primo giorno di scuola risponde alla maestra: “Farò il pescivendolo, ma come un calciatore”. Un modo per dare dignità a un mestiere allora considerato poco nobile. Anni dopo, quella stessa maestra si presenta al banco e mi dice: “Adesso ho capito, sapevi già cosa volevi fare”. Una delle soddisfazioni più grandi.

Quando ha capito che avrebbe fatto questo lavoro?

Non c’è stato un momento preciso. L’ho sempre pensato. A dodici anni lavoravo già in pescheria, a quattordici ho iniziato ufficialmente. Da allora sono passati più di quarant’anni.

Cosa significa oggi essere la quarta generazione?

Significa portare avanti una storia lunga più di centodieci anni. La licenza che utilizzo oggi apparteneva già alla mia bisnonna e poi a mia nonna e a mia madre. Non puoi pensare di separare questa attività da Porta Palazzo: la pescheria e il mercato si muovono insieme, crescono insieme. Essere quarta generazione vuol dire rispettare chi c’era prima e allo stesso tempo essere capaci di cambiare.

Che ruolo ha avuto Porta Palazzo nella sua identità?

Porta Palazzo è casa. È il primo porto di approdo per chi arriva a Torino e ha bisogno di qualcosa. È un luogo dove si trova tutto, ma soprattutto dove si impara a stare al mondo. Qui ho costruito la mia identità, imparando il rispetto per il lavoro e per gli altri operatori del mercato.

Come è cambiato il mercato in questi anni?

Il mercato cambia continuamente. Nulla finisce, tutto si trasforma. Se fossi rimasto fermo, oggi avrei chiuso. Invece ho cercato di anticipare i cambiamenti. La mia paura è perdere il contatto con i giovani: per questo ascolto molto mio figlio di tredici anni.

Come inizia la sua giornata?

La sveglia suona alle 4,30. Inizio con il caffè e con la gestione dei canali social, che seguo da sempre: siamo stati tra i primi ad avere un sito e ad utilizzare Instagram. Alle 5,20 sono in pescheria, lavoro fino all’una, poi torno a casa, mi riposo e faccio una sorta di “analisi” della giornata. Nel pomeriggio riparto con la parte commerciale, seguo le aste e i ristoranti. Spengo tutto verso le 20.

Da dove arriva il pesce?

Da tutto il mondo, ma con una selezione precisa. Il cuore resta il mare ligure e quello italiano. All’inizio sembrava un’idea folle: puntare su freschezza e qualità in modo diverso. Poi è arrivato Slow Food e mi sono ritrovato dentro quella visione.

Qual è la difficoltà più grande nel lavorare il pesce fresco?

Il tempo. Il pesce fresco ha una durata limitata e il cliente spesso non è consapevole. In media si consuma pesce che ha anche 7-10 giorni, mentre io ho costruito un sistema per lavorare prodotto freschissimo, entro i due giorni. Per farlo serve una rete: ristoratori, clienti, organizzazione. È un equilibrio complesso.

La definiscono il pescivendolo più famoso di Torino: lei come si definisce?

Un pescivendolo. Nulla di più, ma fatto con passione.

Quanto è importante raccontare il prodotto?

Fondamentale. Oggi vendere pesce significa anche educare il cliente: spiegare stagionalità, provenienza, utilizzo. È un lavoro anche culturale.

Come è cambiato il pubblico?

È cresciuto insieme a noi. Ai clienti storici si è aggiunto il turismo. Dopo il Covid, però, le persone sono più chiuse: il cambiamento è evidente.

Torino è una città difficile per il pesce?

Torino è lontana dal mare, ma questo può essere anche un vantaggio. Se lavori bene, puoi costruire una cultura del prodotto. Negli anni il rapporto dei torinesi con il pesce è cambiato molto.

A un certo punto ha iniziato anche a cucinare, perché?

Undici anni fa ho capito che il mercato stava cambiando e che dovevo trovare una strada diversa. Ho deciso di far mangiare il pesce direttamente in pescheria, creando un luogo dove il cliente potesse vivere il prodotto. Era una scommessa, e in parte anche una “favola”, con una buona dose di fortuna. Oggi posso dire che è stata una scelta vincente.

Quanto conta mantenere prezzi accessibili?

Molto. Il cibo deve restare accessibile. Preferisco guadagnare meno ma permettere a più persone di mangiare bene.

Cosa significa per lei il Mediterraneo?

Significa responsabilità. Oggi il mio obiettivo è trasmettere il rispetto per il mare, soprattutto ai giovani. Non utilizziamo plastica, lavoriamo su prodotti stagionali, non vendiamo pesce sotto misura. Collaboro con istituzioni e associazioni per fare divulgazione. Dico sempre due cose: i pesci hanno una stagionalità, e rispettarla fa bene al mare e anche al portafoglio. E poi invito tutti, quando vanno al mare, a raccogliere tre pezzi di plastica: è il modo migliore per “pagare il biglietto” per uno spettacolo del genere.

Come nasce il b&b Casa Gallina?

Nasce dal desiderio di chiudere un cerchio. Prima la pescheria, poi la cucina, poi l’apertura serale. A un certo punto ho voluto creare anche un luogo dove le persone potessero fermarsi, dormire, vivere un’esperienza completa. È un’evoluzione naturale del progetto.

Come immagina il futuro?

Il progetto di oggi è diventato un format. Ho aperto un secondo locale in zona San Salvario per capire se funzionasse davvero, e la risposta è stata sì. Ci sono altre possibilità, ma ogni scelta va fatta con attenzione. Il futuro è aperto, ma sempre con lo stesso obiettivo: restare fedeli a ciò che siamo.


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