Cronaca 19 Ago 2024 18:16

Da Santo Stefano al Ruanda passando per Matera. Daniele Kihlgren: “Così ridiamo vita ai borghi disabitati. L’over tourism mi spaventa”

Da Santo Stefano al Ruanda passando per Matera. Daniele Kihlgren: “Così ridiamo vita ai borghi disabitati. L’over tourism mi spaventa”

SANTO STEFANO DI SESSANIO – “Il no profit è un settore spesso molto problematico: i privati (società) lo fanno per un ritorno di immagine e cercano i progetti più spendibili, più raramente c’è una cinica, sana verifica dell’efficacia dei propri interventi. Per me l’aspetto esistenziale non è mai stato distinto da quello lavorativo”.

Per Daniele Kihlgren, tormentato marziano di sangue italo svedese incantato dalla bellezza dell’Abruzzo aquilano al punto da riportarlo a nuovi fasti, come poi ha fatto con le Grotte della Civita a Matera e con altri pezzi di Italia minore, l’età adulta è “un momento di transizione da tanti punti di vista”.

In continuo viaggio, migliaia di km in sella alla sua motocicletta per conoscere terre e genti, il visionario imprenditore no profit si racconta a Virtù Quotidiane dalla lontana Angola all’indomani del nuovo report sulla sua impresa umanitaria in Africa.

Con la sua società Sextantio ha costruito un ospedale per le partorienti in Congo per poi dedicarsi all’assistenza sanitaria dei poveri del Ruanda con gli utili ottenuti attraverso il Progetto Capanne, il resort da lui realizzato sul lago Kivu, al confine tra Congo e Rwuanda.

Kihlgren, sempre meno imprenditore, sempre più missionario in aiuto alle comunità più svantaggiate nel mondo. Le proiezioni del suo ultimo report parlano chiaro: fine della malaria, diminuzione della mortalità infantile nella misura di due terzi.

I risultati clinici del progetto in Rwanda sono sbalorditivi. Dei progetti che pongo in essere non mi interessa accumulare capitale finchè riesco a pagarmi l’affitto, mi emoziona replicare il progetto di sviluppo. Non è tanto l’occupazione che mi preme quanto il discorso della tutela, per i locali e anche per gli stessi turisti di questi luoghi che una volta scoperti dal turismo di massa diventano invivibili. Quel che più mi spaventa è il fenomeno dell’over tourism tant’è che in Africa giro sempre, con la mia motocicletta, in posti non battuti dal turismo. Mi piace viaggiare e farlo in questo modo, in luoghi come questi dimenticati da Dio, è interessante dal punto di vista antropologico.

Il magazine Traveler di Condè Nast l’ha annoverata tra le personalità più influenti che hanno cambiato il modo di viaggiare. Da anticonformista qual è che provvedimenti adotterebbe nelle località più fragili e preziose prese di mira dal turismo degli ultimi anni?

Cosa fare a Roma, Firenze, Venezia, Barcellona, Amsterdam non lo so. Ho notato quanto fatto a Barcellona ma credo ci siano problemi di incostituzionalità, è da vedere. Certo è che sono situazioni invivibili sia per i turisti, le prime vittime, che per gli abitanti. Succede anche alle Isole Tremiti, riporto l’esperienza recente di un mio amco con i suoi tre bambini: storie di delirio puro, fatica, tutto che costa 5 volte tanto, file dovunque, una tortura. L’unica ragionevole idea che potrebbe funzionare sia per l’economia che per la tutela è ampliare l’offerta dei borghi italiani abbandonati o quasi come nuove destinazioni turistiche, renderli visitabili in modo da distribuire in modo più razionale l’afflusso dei turisti.

Nelle zone interne dell’Appennino centrale e meridionale con Sextantio ha acquisito altri borghi storici disabitati da riqualificare con interventi di recupero e ridestinazione: Frattura Vecchia nel comune di Scanno (L’Aquila), Montebello sul Sangro (Chieti), Martese nei Monti della Laga (Teramo), Rocchetta al Volturno (Isernia). In programma nuovi progetti salvataggio?

In verità mi sono un po’ stufato. Abbiamo comprato 4 borghi tra Abruzzo e Molise per cui avrei dovuto fare il “110”, il superbonus. Non l’ho fatto perchè c’è ancora tantissimo da fare a Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila) in termini di tutela, di modello di sviluppo. Quel che vorrei fare è passare dal fare impresa che adesso rende bene e mi permette di fare investimenti in Rwanda, al modello di sviluppo del patrimonio storico minore che diventa replicabile, un progetto culturale che diventa progetto economico. Una grandissima rivoluzione copernicana. Si fa un gran parlare sulle aree interne e il nostro gruppo, difetti a parte, ha i numeri. Come serial killer collezioniamo il profilo psicologico, antropologico, sociale, economico dei nostri clienti, quelli che vogliono l’Italia vera, l’Italia minore autentica nel profilo storico, architettonico e della cultura materiale, il cibo, l’artigianato. Un modello, privato, che potrebbe far sì che i ragazzi del posto non vadano via da questi luoghi e magari le persone in età da pensione potrebbero trovare un’occupazione attiva. Una gestione familiare, più sostenibile anche dal punto di vista fiscale, è il modello giusto secondo me per ridar vita ai borghi abbandonati o quasi.

Terzogenito di una ricca famiglia italiana di imprenditori del cemento, il suo spendersi per realtà minori appare come un evidente atto di ribellione all’imprinting ricevuto.

Non rinnego il cemento, qualcuno lo deve pur fare dove necessario, non in contesti come Santo Stefano di Sessanio evidentemente. Ho vissuto per anni nel cementificio di Pescara, poi la mia famiglia ha deciso di prendere il terreno industriale di fronte e farne un campo sportivo per venire incontro alla cittadinanza. Il vantaggio che ho tratto dall’esperienza della mia famiglia è un’idea di imprenditoria non mirata solo al denaro quanto piuttosto al benessere collettivo. Nonostante la produzione del cemento, fatta peraltro con gli accorgimenti disponibili per controllare gli inquinanti. Adesso che il cementificio è fallito spero che la città di Pescara possa farci dentro grandi cose in campo artistico e culturale, diventerebbe un luogo unico per tutta la regione, un affascinante esempio di archeologia industriale.

Lei ha fatto parlare di sé per il suo inedito approccio conservativo applicato al primo progetto di ospitalità diffusa nel borgo storico di Santo Stefano di Sessanio. Sono passati trent’anni da quella intuizione – tutela & turismo sostenibile – che oggi fa scuola. Crede nell’uomo? Qual è la sua visione del futuro?

Non credo nell’uomo, sono scettico, ho mille dubbi. Però nella vita qualcosa bisogna cercare di fare e bisogna essere cinici nel valutare le cose. Se veramente vuoi aiutare le persone devi farti le domande giuste e trovare le risposte che non sempre ci sono. In Rwanda, uno dei paesi meno corrotti dell’Africa, sicuramente abbiamo salvato tante vite però negli ultimi vent’anni gli indici di disagio sociale sono aumentati enormemente rispetto al Congo che ha vissuto la stessa storia, dove non c’era niente oggi si balla, si ride e si scherza. In Rwanda c’è più fatica di vivere anche se è un paese imprenditorialmente vivo, ricco di start up. Forse è il disagio della civiltà.

LE FOTO DELLE CAPANNE CONVERTITE AD ACCOGLIENZA IN RUANDA


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